martedì 10 novembre 2009
Il borgomastro di Furnes
Il libro quale si presentò ai diversi editori era un libro devastante nella sua perversa diligente analisi, minuziosa quanto quella di Dio quando creò i fondali marini. Bompiani chiese a S. di modificarlo – il libro era troppo morboso - , supplicò di trarre conclusioni meno affrettate e crudeli, e avrebbe così considerato la possibile segnalazione a Nottetempo editore. Einaudi invece fece sapere che non rientrava nel loro triangolo editoriale. Sellerio si lamentò del fatto che, sebbene lo spirito del libro fosse molto insulare e gattopardiano, nemmeno una parola – una – era in dialetto siculo. Feltrinelli non si pronunciò e, se si pronunciò, lo fece male e scortesemente. Adelphi invece, sputando nel piatto dove aveva mangiato per anni, accusò S. di plagio, e fece causa. Calasso, preso dai rimorsi, il giorno della sentenza, scorreggiò tutta la mattinata.
Bleah.
Il borgomastro, bandito dall’universo, finì tragicamente in mano a un aNobiiano rivoltoso che lo lesse tutto interamente due volte e poi lo recensì. Lo chiamava il borgomastro di Funes, perché tutti si erano ricordati del manoscritto e nella loro memoria era come una fotografia, uno scatto volgarissimo e inclementissimo, e come diceva il maestro Hugo il libro era “soggetto ad assenze nell’infinito”. Tutti erano d’accordo come cani che fiutano un tartufo che si trattasse in effetti di un tartufo e anche bianco; ma nessuno era sicuro di se stesso tanto da mangiarlo e non morirvi poi intossicato. Pessoa disse che nel libro c’era in effetti un Amleto che preparava una trappola, ma che non vi fosse la commedia giusta per farlo recitare. L’aNobiiano non fu dello stesso parere, e addusse una serie di motivi che adesso non ricordo ma che sono citati nelle istanze giudiziarie. Il libro è pericoloso davvero, come un altro aNobiiano fece notare. Furono però presi tutti i provvedimenti del caso.
Si narra di un uomo, e questo già è una novità. L’uomo non solo è sessualmente completo, ma medita vivendo gli ultimi infausti giorni della sua rigida, discutibile carriera di borgomastro, e questo oltre che essere una novità gli fa onore. Molti sono morti senza averlo fatto e sapevano di star per morire; lui, pur non sapendo se nel libro morirà, si carica sulle spalle questo gravoso affare; S. certamente se sa una cosa è che non sopravvivrà. Sopravvivere nel senso di rimanere fra la vita e la morte. In quel limbo dove non esiste quella che Keats chiamava la “capacità negativa”, ossia la capacità dell’immaginazione di resistere strenuamente e fisicamente, di sopportare passioni ossimeriche (nel senso di omeriche e contrastanti), mantenendo l’atteggiamento più impassibile e distaccato possibile. La capacità negativa è prerogativa della vita, ha odore di animale, e si nutre di locuste e miele selvatico. Ah! Se il nostro borgomastro potesse firmare questo contratto, firmerebbe, per diana, se firmerebbe!
Non contento infatti S. non solo lo espone a simili intemperie, ma ci mostra anche come nel cuore dove alberga una lotta, fuori dalla sua porta si scatena la tempesta. Attorno al borgomastro infatti scorrono, come bisce, una lunga sequenza di tipi umani. Sono i surrogati della società, i mefitici buontemponi del tutto bene-come stai-spero bene. Quelli a cui non daresti la mano perché è “umidiccia”, come quella del signor kempenaar. Non si può dire affatto che S. cerchi di rafforzare il suo canovaccio con “a foreign splendor”, uno splendore straniero come diceva Wordsworth, quello stratagemma che permette a qualsiasi scrittore mediamente bravo di dare lustro ai fotogrammi centrali con una serie di sub plot paralleli o personaggi comodi. Nessuno splendore sottende questa superba creazione. Nessun Dio abrogherebbe un diluvio universale su questa massa di petulanti criminali. Tutto, nel racconto, diventa materia funeraria. E se il climax è l’attesa stessa, il poliziesco qui non sta nello smascherare un assassino, ma nel trovarne uno a pagamento e che faccia il suo dovere e che sia anche disumano.Commuove vivamente come quest’uomo, il borgomastro di Furnes, sia l’uomo a cui è riservato un compito, quello di vivere in una cittadina, percorrere le sue vie e le sue piazze, scendere nel suo tetro fondo e, come direbbe il Manga, “non potersi rifiutare di peccare, perché il peccato di colui che si rifiuta di peccare non è perdonabile”.
La morte di Simenon, in particolare di questo Simenon, ci ricorda quanto la sua attività di amanuense avrebbe potuto redigere pagine fino alla fine del mondo, e perciò, come tutte le morti sacre, ci rammenta i capolavori che abbiamo perduto per sempre e le intuizioni che non vedremo né oggi né domani, senza il loro aiuto.
Avesti una visione della strada che a stento la strada comprende (T.S.Eliot)
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venerdì 16 ottobre 2009
NORWEGIAN WOOD di MURAKAMI HARUKI
Ho letto gran parte di questo romanzo nel giardino universitario accanto a un giapponese munito dell’immancabile I-Pod che ogni tanto mi guardava e mi sorrideva, come a dire: bello il nostro Murakami eh, te stai a divertì ve’? Sorridevo anch’io di tanto in tanto, anche se non c’era nulla per cui sorridere. Il giapponese comunque ascoltava heavy metal, altro che Miles Davis.| Reazioni: |
mercoledì 16 settembre 2009
GESÙ HA UCCISO KAFKA: IO HO LE PROVE

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giovedì 10 settembre 2009
UNA ROSA
in cui faticano
gli ultimi versi di sole
una rosa è la mia ossessione.
La vedo giovane e bianca
attirare gli sguardi
Tennyson lo sa che se la capissi
otterrei l’universo la terra
già chiusa al volere
scoprire una mossa
e ogni atto futuro e passato;
mi consolo alterando così
il vecchio proverbio persiano:
era un’inutile sera, ma ore
e saldi secoli erano in sua attesa
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lunedì 31 agosto 2009
AMATO BORGES

In principio furono le sue Inquisizioni, poi venne l'universo e ogni altra cosa.
Questa introduzione forse non sarebbe dispiaciuta a Borges che amava tanto citare Mallarmè mettendogli in bocca parole ormai non più sue: il mondo esiste per approdare ad un libro. Forse è vero, forse no. Ma questo non ha importanza.
In un certo senso Borges ha contaminato tutto ciò che ha letto e anche i suoi lettori stessi.
Chi lo legge con una certa assiduità non può far a meno di sentirsi, anzi di diventare un borgecitos. Ricordo un saggio di Llosa che diceva appunto qualcosa di simile; chiunque cerchi di imitare il suo stile, finisce col sembrare ridicolo, goffo, raccapricciante. Quello che in lui c'è di bello, di autentico, originale, finisce col sembrare caricaturale, falso, sospetto. Come una parrucca uscita male che il calvo farebbe meglio a non indossare. Borges ha una sostanziale virtù: l'essere necessario e inconcepibile fuori da quelle parole. All'epoca tentai invano alcune poesie. Azzardavo metafore stravaganti, che finivono immancabilmente per coincidere con specchi e labirinti. Il potere di contaminazione era in quel caso evidente. Ogni parola che scrive sembra assumere una valenza superiore e non si riesce a credere che possa essere scritta in un altro modo. E' come quando leggiamo l'intro di Don Chisciotte " in un borgo della Mancia, del cui nome non voglio ricordarmi...", noi non sappiamo se quelle parole sono giuste ma le sentiamo come necessarie. Io ho sentito questa affinità per Borges. E se è vero che il lettore modifica l'opera che legge investendola di significati, così come la divina commedia è stata arricchita dai suoi millenari commentatori, così nella mia mente la sua opera si è dilatata ed essa mi accompagna. E' vero per me quello che Borges disse di Stevenson: è per me una forma di felicità.
La sua idea di letteratura tende ad una decontestualizzazione continua, una perenne disintegrazione degli schemi. Non mi ha mai meravigliato il fatto che non tentò mai il romanzo. I critici riempiono interi volumi alla ricerca di risposte a questo quesito e non si rendono conto che Borges è essenzialmente uno scettico appassionato. Discutevo appunto sere fa con un mio amico dell'impossibilità di un Borges fantasy. Nulla di più lontano da lui che un mondo dove egli possa vagare al di là dei limiti e delle circostanze. Ciò che in Borges appassiona è la sfida continua a quel mondo fantastico, illusorio. Un varcare quelle colonne d'ercole pur restando sempre nell'angusto mediteranneo... Se c'è una cosa che ho in comune con lui è la mia totale incapacità di sapermi calare nelle storie, di perdermi in esse. Nella sua opera vige un attento controllo, un calcolo che può sembrare freddo ( sembrò così ad Hemingway, a Truman Capote...) ma che non lo è affatto e mi perdonino questi signori, che forse non lo avevano letto in fondo con abbastanza attenzione. Non ho mai visto uno scrittore più lucido e altrettanto appassionato di lui. In letteratura o si è estremamente lucidi o si è estremamente appassionati. Borges ebbe entrambe queste virtù e non possiamo negarglielo, nonostante gli strepiti e le covate d'invidia (?) dei vari Hemingway, Mr Capote... Un esempio? Sì, mi sembra a questo punto giusto. C'è una sua poesia che dà il titolo ad un suo libro che è 'Elogio dell'ombra'. Tra quei versi c'è ne sono alcuni che sono estremamente belli, almeno per me. E sono:
Nella mia vita sono sempre state troppe le cose;
E' una riflessione lucida e consapevole. Ho pensato troppo, sono andato al di là di ciò che era in mio potere. Democrito si è strappato gli occhi da solo per far questo. Il tempo è stato ciò che io non sono riuscito a fare, è stato il mio Democrito.
All'inizio credevo la letteratura fosse un grande spazio, che includesse la storia, la geografia, tutto. Borges mi ha insegnato l'amore per certi autori, o meglio per certe pagine, o meglio ancora per certe frasi.

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giovedì 27 agosto 2009
...DOLOROSO PASSO
La sonata a Kreutzer, questo stroboscopico capolavoro che testardamente continua a non esaltarmi nonostante gli anni passati a leggerlo e ri-, giunto al termine di strapazzamenti meditati, segna qui il suo approdo. Non l’aprirò mai più, così sia. E quest’atto è già un segno infinitesimale del mio congedo (spero lento, lentissimo) dall’Universo; su simili gesti T. costruì una carriera. Sorvolo su trama e stile, e mi limito a qualche puntarella di stagione. Nonostante continui ad apprezzare più il Tolstoj di Chadzi Murat o dei racconti di Sebastopoli o di alcuni episodi romanzeschi, la Sonata è fra tutte le opere tolstoine quella che mi mette più ansia, anzi che no. Non saprei definire cosa mi mette sulle scapole. Sarà che anch’io son caduto nella trappola del Conte finendo per soffermarmi sull’intrinseca malia morale dell’opera, passando solo in breve rassegna quella estetica, a torto. Perché il ritmo galoppante e il concitato racconto di Pozdnyšev sono quanto di meglio T. abbia fatto e continui a fare per l’umanità, e immancabilmente non ce lo vuole mostrare.
La bellezza del racconto procede di pari passo con la sua linearità e la sua chiarezza espositiva. Hemigway se ne ricorderà finchè campa di questa lezione, e anche noi. Quando l’alter ego di Hem , Nick Adams, scorge incredulo la trota attraverso l’acqua chiara, limpida, levigata del fiume, noi apprendiamo, attraverso quello sguardo, tutto lo sforzo che quella poetica è costata al suo autore e la sua soddisfazione. Saranno in pochi a vedere la trota in quel modo.
Mi sono chiesto se ha senso ancora oggi parlare di atti sessuali non espletati come mezzo per una riabilitazione dell’umanità. Credo di no. Ha ancora senso invece parlare di “tragedie della camera da letto”, come T. le chiamava. Lo spunto singolare cui Tolstoj si aggrappa in questo caso è la splendida e altrettanto inquietante sonata di Beethoven, che con lui condivise la Forza di espressione e di rappresentazione. Ci ricorda l’amico Kipling, in un’anta di quel meraviglioso dittico che sono i libri di Puck, e nel bellissimo racconto di Fratel Codino, che Faraone e lo speziale Toby “non parlavano molto fra di loro, ma suonavano assieme e, a chi sa intendere, la musica vale quanto la conversazione”. Niente di più vero. Anche, forse, la povera mogliettina di Pozdnyšev si limitò alla conversazione, ma Tolstoj le negò l’audacia ed ella perì. E noi non sappiamo per chi piangere e con chi identificarci.
Il mesto e ultimo sorriso di Pozdnyšev al termine del suo tragico racconto induce il narratore quasi al pianto, come il racconto di Paolo e Francesca fece con Dante. E allora rammentiamo le parole iniziali con cui Pozdnyšev dà inizio alla sua storia: “Volete che vi racconti come proprio quell’amore mi abbia portato a fare ciò che ho commesso?” proprio quelle stesse parole che Dante offre ai lacrimosi amanti: “Oh lasso, quanti dolci pensier, quanto disio /menò costoro al doloroso passo! (…) Francesca, i tuoi martiri / a lagrimar mi fanno tristo e pio. / Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, / a che e come concedette amore / che conosceste i dubbiosi disiri? (…) Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice… Ma s’a conoscere la prima radice / del nostro amor tu hai cotanto affetto, / dirò come colui che piange e dice.”
Le storie, entrambe dolorose, entrambe pietose, si dividono in un sol punto: la supremazia dell’amore carnale nell’una, la storia dantesca, rispetto alla supremazia dell’amore illibato nell’altra. Ma presentano così tante affinità che quando T. chiude la storia, ci guardiamo attorno attoniti e capiamo di essere in un inferno, e nel più profondo e angusto degli inferni letterari.
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venerdì 21 agosto 2009
UNO DI NOI
L'uomo che guardava passare i treni - Georges Simenon| Reazioni: |
giovedì 20 agosto 2009
NEL PETTO FEDELE

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mercoledì 19 agosto 2009
LO STILE DELL'ANATRA

Ero rimasto dunque allo stile dell’anatra. Che cos’è dunque questo stile? Una nuova categoria olimpionica? I 200 metri stile anatra? Fatta apposta per le olimpiadi cinesi? E’ pur sempre un libro di La Capria, massimo rispetto al vecchio.
Un uso estremo del reale dunque, che la rende affine ad un Čechov; una realtà però che, così descritta e forgiata bene, finisce per deformarsi sotto il suo sguardo, come il metallo sotto le mani del fabbro. Ma la cosa bella è che non è il suo sguardo a deformarla. La realtà qui si deforma dal di dentro, dal midollo, inizia ad incancrenirsi da sola. E’ grande la lezione, non solo dei naturalisti francesi, da cui la Munro ha preso la sua anima più femminile e ritrattista, ma anche quella dei “metafisici” americani: Hawthorne, sopra tutti. Avete mai letto “Il velo del pastore” o “Wakefield”? Ecco, il compitino per casa.
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lunedì 17 agosto 2009
KAFKIANO
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mercoledì 12 agosto 2009
KIM, UN CAPOLAVORO DI FELICITA'

Un lancio di pietra su ogni mano
Per Kipling il mondo non obbedisce a un ordine, ma è sull’orlo della confusione e dell’irresponsabilità. La cosa però lo affascina e egli adegua il suo cuore al battito della terra. E il suo appello è nobile e solenne, solidale, ecumenico.
Perché Kipling ci ricorda in ogni passo della sua opera che il cielo ha le sue guerre sublimi, ma la terra ha guerre banali. E dunque “voi che battete la via stretta, fra bagliori d’inferno, verso il giorno del giudizio, siate gentili quando l’infedele prega il Buddha a Kamakura.”
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sabato 25 luglio 2009
BARBARI - CAPITOLO CONCLUSIVO DELLA TRILOGIA DELLA COSTIERA
Erano anni che volevo iniziare con un incipit così.
Sentivo la civetta con il suo verso sinistro circondarmi la casa e stringermi il cuore. Il vecchio giradischi funzionava ancora, chi l’avrebbe mai detto. Mi sembrò perciò il momento giusto per mettere su la Messa Funebre Massonica K 477 del divino Amadeus. Il pezzo preferito dal mio trisavolo Giorgio Luigi Filippo Roncallè. Avevo persino avuto la buona idea di noleggiare un film di vampiri che mi aveva iniziato a ischemizzare il primo quarto di ventricolo, più che la Mauerische Trauermusik con dolby surround e volume a gogò. Aggiungeteci pure questo: la mia ragazza mi aveva lasciato definitivamente, scoperta la corrispondenza con Madame. E questo: la play-station era volata nelle grinfie del suo nipotino scassaminchia. E quest’altro: sul pc non avevo manco la prima versione di Supermariobros.
Pacman? direte voi. No, nemmeno Pacman.
Sazio? Ero a dieta da due settimane.
Soldi? Licenziato con un calcio nel sedere.
Insomma ragazzi, ero a pezzi, peggio che Harry.
Mi alzai alle quattro. Come da copione, aprii il frigo.
Anche Cribbio, il mio cane, aprì un occhio e sembrò maledirmi per il fracasso. “Bau Bau Bauscia, che cazzo bai a quest’ora”, gli leggevo in quell’occhio liquido. Fanculo Cribbio, dopo tutte le coscette e alette di pollo di cui mi ero privato sorbendomi chili di petto per sfamarlo, aveva pure il coraggio di guardarmi a quel modo. Mi balenò il pensiero di uno spaghetto aglio olio e peperoncino, alla faccia lentigginosa della mia dietologa. Ma ricordai di non avere manco un pachino per il colore. Che piatto era senza nemmeno un pachino? Rinunciai. Misi in padella 12 mini-wurstel e me li scafai tutti. Avevo appeso in cucina il poster di Pulp Fiction, e Uma Thurman, magra come un piatto di verdura lessa, sembrava guardarmi con aria parecchio schifata, probabilmente a causa di quei mini-wurstel.
- Fanculo pure a te, - dissi.
Stappai pure una Bud.
E bariccolo dov’è? dicono i bambini dai banchi di fondo.
Abbiate pazienza, arriverà.
I mini-wurstel si erano rivelati la mossa azzeccata. Erano filati liscio lungo le valvole conniventi e avevano già imboccato la prima ansa duodenale prima della grande chicane del digiuno. Nel colon si banchettava e mancavano solo le posate. Mi era ritornata la felicità, una parola senza significato in quelle ultime settimane.
Decisi di mandare un sms alla mia ex:
Dì a quello scassaminchia di tuo nipote che si può tenere la play. E a tuo padre che l’ultimo passito di Pantelleria secondo me era una fregatura.
Ma che motivo avevo? Rabbia? Offesa? Decisi di godermi la vita e di non farmi trascinare in circoli viziosi e sentimentali. Intanto era passata un’ora. Le cinque. A quest’ora molti uomini si alzano per andare in fabbrica e portare il pane a casa. Le donne invece si alzano per fare più comodamente la pipì. Gli amanti si separano per non essere sorpresi dal giorno. La luna cede il passo all’alba omerica dalle dita rosate e qualche gabbiano è incerto se gracchiare o restare in silenzio per non disturbare la quiete. E io invece avevo proprio voglia di rompere le balle a qualcuno.
Telefonai al primo numero che avevo segnato in agendina, dicendo forte e chiaro:
- Sveglia, l’ora delle decisioni irrevocabili è giunta al suo compimento. Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria.
Attesi un secondo, l’avevo fatta grossa. Erano le cinque di mattina, eh. Dopo un po’ sentii una voce dall’oltretomba:
- Sigrud? Ma ti si è fottuto il ciriveddro che mi scassi la minchia a quest’ora della matina? Ovviamente avevo beccato, senza volerlo, lo sfortunatissimo amico e commissario Salvo Montalbano.
- Che minchia vuoi?
- Mi ha chiamato Livia.
- Veramenti?
- Giuro. Sui sacramenti.
- E che ti disse?
- Mi disse cose ingloriose sul vostro rapporto, ma che si dava speranza assai ad una tua ambasciata a Torino, dov’ella ti aspetta forse a braccia aperti. Commissà, ma come fai a sopportarla? Ti faranno una statua a Vìgata.
- Speriamo. E perché minchia ha telefonato a te?
- Una cosa a tre, è quello che vuole.
- Sigrud non ti allargare. Ma che ci fa Livia a Torino.
- Hai mai sentito parlare di relazione adulterina con proprietari di scuole di scrittura creativa?
- Ma che mi dici Sgrud? Non è la manera giusta questa di diri le cose.
- Commissario, non mi far parlare assai. Sono cosi delicati. Parliamoci aperto, faccia a faccia. Prendi il primo aereo per Torino e raggiungila, io sarò lì nel pomeriggio. Faccio un salto a salutare un amico e siamo tutti contenti. Livia in speciale maniera. Siamo o non siamo due maschioni?
.
Montalbano mi aspettava vicino ad una cabina telefonica. Si era rasato e puzzava di colonia. Solo i baffi gli davano un’aria rispettosa.
Lo salutai e gli feci subito notare quella che sarebbe stata la prima fitta al cuore della giornata. Ad un passo dalla stazione centrale, un enorme cartellone pubblicitario raffigurava Livia mezza nuda, con una pergamena in mano e più sotto la scritta:
La giovane Holden ti aspetta. Iscriviti anche tu nella mitica scuola. Imparare a scrivere non è mai stato tanto facile da quando ci siamo noi con le nostre Novecento regole.
Un peperone sarebbe stato meno rosso della testa glabra di Salvo.
- Che mi significò tutto questo Sgrud?
- Significò che Livia si è venduta al miglior offerente.
- E chi sarebbe costui?
- Lo conoscerai, lo conoscerai. Ti ho organizzato per questa sera un incontro. E’ disposto a combattere sul ring per lei. Tu lo metti al tappeto, Livia smette di fare la zoccola, io ci metto una pietra sopra e non se ne parla più.
- Lo metto al tappeto quando?
- Stasera.
- E perché mai organizzare un evento in grande stile per farlo nero?
- Ha deciso lui così, gli piace spettacolarizzare tutto.
- Ma Sgrud l’ultima volta che mi sono battuto è stato per un piatto di sarde con quel finocchio di Pepe Carvalho!
Dovevo ringalluzzirlo.
- E a questo finocchio di un pepe gliel’hai date?
- Di santa ragione.
- Ecco, visto? Lo sapevo.
Entrammo nell’arena che s’erano fatte le nove. Era una bolgia infernale, come dev’essere.
Gli spalti erano illuminati e una folla di spettatori, rigidamente suddivisa in caste, tambureggiava e accoglieva coi piedi l’entrata degli schieramenti. Salvo sembrava emozionato.
- Che c’è? – gli dissi.
- Mi batte il cuore.
Non lo volevo docile e tenerone. Era il momento di tirare fuori le unghie.
- Eh ma tieni sempre a mente, se a te qui batte il cuore, a Livia qui batte la…
- Porcomondo che mi facesti pensare.
Porcomondo sì. Eravamo nel bel mezzo di un pantano, se dovevamo tirarci fuori bisognava rincarare la dose a prezzo di umiliazioni.
- Vedi quanta gente è venuta a vederti? C’è pure Fazio e Catarella…
- Oh Sgrud, c’è perfino il Fan Club di mio nonno Andrea!
Il Fan Club era riconoscibilissimo, perché era l’unico a stare nel comparto fumatori, senz’aria condizionata.
Dopo un po’ mi disse: - Sgrud, hai visto quel gruppo laggiù in fondo? Guarda, hanno tutti in mano il mio ultimo libro La mia vita a beccafico!
- Oh sì Salvo. Quelli vengono da tutte le parti di Italia. Sono gli aNobiani. Gente di cui diffidare, son peggio delle sanguisuga. Abituati come sono a vivere la vita degli altri.
Salvo non mi diede retta, fece un saluto a cui avresti dato quattro stelle fisse e gli aNobiani invece di applaudire ed esultare, risposero con la maniera che più ritenevano consona e opportuna al loro stato: iniziarono a scrivere tutti quanti un commento su un taccuino.
L’empatia era a livelli massimali.
Ad un tratto si spensero le luci e partì la musica di Eye of the Tiger.
Qualcuno disse: - Che grezzata!
Sul ring calò una piattaforma a forma di nave e dentro c’era tutto il team Holden. Piovvero pomodori dalle tribune.
Bariccolo era avvolto in un mantello leopardato di ciniglia. Salutava e offriva smancerie a destra e a manca. Ogni tanto qualcuno gli passava del succo di idromele e lui inghiottiva senza dir parola. I muscoli mi sembravano troppo pompati dall’ultima volta che lo avevo visto e conclusi che erano gonfiati a botte di anabolizzanti. Anche la bariccolessa del resto, vestita di raso dalla cima dei capelli alla punta dei piedi, esibiva molte rughe in meno. Tutto sembrava pronto.
L’arbitro, il vecchio Pietro Citati, cercava di mantenersi in piedi e dare avvio all’incontro. Disse: - In nome di Gadda, non facciamo pasticciacci con le regole. Niente colpi bassi. Il primo che mena un colpo basso s’impara a memoria una cantica del paradiso.
Bariccolo non ci stava. Dante era roba antiquata. Ma il vecchio Citati, con la rigidità che gli era propria, sembrava inflessibile e fece no con il capo, respingendo le sue proteste.
Si fremeva per il gong iniziale. Gli aNobiani misero mani ai loro taccuini, i Camilleriani iniziarono l’ottavo pacchetto di sigarette. Il cronista alzò la voce e disse a chiare lettere che Livia comunque fosse andata sarebbe stata nel cuore di tutti. Salvo allargò le narici e mi disse invece che voleva spegnergli tutti i neuroni dell’ippocampo con un bel diretto a quel tizio, altro che cuori di tutti. Suonò il gong, erano partiti. Il mio uomo si teneva defilato e studiava l’avversario. Barick cercava di meravigliare il pubblico con una serie impressionante di piroette. Tentò di eseguire pure il moonwalk, ma Salvo gli fu addosso con una scarica di pugni sotto le costole. Barick accusò il colpo e sollevò gli occhi al cielo con faccia studiatissima da commediante. Piovvero i primi insulti: - Vergogna! Ladro! Imbroglione!
Lui non stava a sentire, le ragazzine erano dalla sua parte e ponponneggiavano sui banchi come vedette di Nantucket. Feci cenno a Salvo di avvicinarsi all’angolo e gli suggerii di non esagerare. Non volevo assolutamente che Barick passasse da santo nella vita a martire con la morte.
- Lo voglio vivo e vegeto, devi solo rintronarlo come una campana in corso di lapidazione.
Salvo sorrideva e faceva segno di sì. La folla era in delirio. E anch’io ero su di giri.
- Scatenagli una demenza vascolare.
- Che minchia dici?
Proprio a quel punto Barick partì col suo attacco, ma Salvo si scostò lesto e fece finire il suo avversario con la faccia spiaccicata sul palo dell’angolo, steso a terra di fronte a me. Gli sputai in un occhio, potevo forse resistere? Lui con l’occhio acciaccato mi disse: - Sigurd, che tu sia il più maledetto tra i barbari.
Citati si rassicurò sulle sue condizioni e fece riprendere l’incontro. Salvo gli teneva testa. Barick chiese dell’acqua. Sudava da tutti i pori come mai in vita sua. Salvo da vero poliziotto gli stava appresso come un segugio. E continuava a ballare attorno senza menar colpi. Barick si difendeva bene, e non si lasciava penetrare. Ad un certo punto si avvicinò al mio uomo cercando di spingerlo contro le corde e di sfiancarlo con mosse e mossettine. Quando colpì Salvo al fegato, dalla tribuna dei Camilleriani si alzò un grido di dolore. Camillerozzo stesso in persona scese giù e si avvicinò al ring. Venne da me e mi disse: - Sgrud, chiamami quel frocio!
Lo chiamai e lui si avvicinò all’angolo, si girò e vide suo nonno: - Nonno!
- Scimunito, che minchia facesti? Mi son giocato cento stecche di MS per te! Più sciolto come un gabbiano devi essere, non un cane di terracotta!
E qui si fermò per scatarrare.
Danny Lemon dalla astronave cambiò registro. Niente più Chopin, era l’ora del Mephisto Walzer.
Su Salvo quelle parole e quella musica scesero come una benedizione. Alla terza ripresa un gancio destro ridusse Barick ad un vegetale e Livia, che finora era stata quieta si portò una mano alla bocca. Io le feci l’occhiolino e le dissi con il labiale: PREPARATI CHE TI PRENDO E TI PORTO VIA.
All’inizio della quarta ripresa, un pugno di Salvo spostò solamente l’aria ma bastò per far crollare miseramente Barick al tappeto. Gli aNobiani avevano le lacrime agli occhi, in fondo tutti avevano almeno un suo libro. Salvo sembrò pentirsi e crollò pure lui, dopo che Citati aveva solennemente decretato il vincitore. Era l’ora di agire. Feci cenno a Livia che lesta come una gatta saltò sull’astronave. Io le stavo dietro. Appena fummo dentro, Livia prese un finto remo e lo sbatacchiò in testa a Danny che cadde svenuto. Mi misi al pianoforte e cominciai a suonare, come il mitico Freddie, le prime note di We are the champions. Tutta la platea era in silenzio quando Livia fece scattare una leva e la nave si sollevò. Volammo via. Potevo vedere dall’alto il quadrato del ring e Camillerozzo che approvava. Solo a quel punto Salvo si accorse della truffa.
E allora, con le ultime forze che gli erano rimaste, si alzò e gridò con tutto il cuore:
- Sigurd! Sai di chi sei figlio tuuuuuuuuuu? Sei figlioooooo di una grandissimaaaaa puttaaaaaa ara pa ra paaaaa pa pa pa… ara pa ra paaaaaaa pa pa pa…
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lunedì 20 luglio 2009
UN CONFRONTO
Leggete qua:
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Ora, se non vi chiedo troppo, leggete anche qua:
Se una qualsiasi cavallerizza macilenta e tisica venisse incalzata senza tregua per mesi e mesi tutt’intorno al maneggio su un cavallo malfermo, di fronte a un pubblico instancabile, da uno spietato direttore armato di frusta, mentre lei continua a lanciare baci, sibilando sul cavallo e muovendo le anche, e se questo spettacolo si protraesse sino ad un’ora grigia di un avvenire che si annuncia interminabile, fra lo strepito incessante dell’orchestra e dei ventilatori, accompagnato dallo smorzarsi e dal riaccendersi dell’applauso, dello scrosciar di mani che in verità sono tanti magli a vapore…allora forse un giovane spettatore della galleria si slancerebbe giù rapido per la lunga scalinata, farebbe irruzione nella pista e urlerebbe – Basta! – tra le fanfare dell’orchestre sempre pronte ad adeguarsi alle esigenze dell’istante.
Siccome però le cose non vanno così; siccome una bella signora vestita di bianco e di rosso fa leggera il suo ingresso fra le tende che i superbi valletti le schiudono dinanzi; e il direttore , cercando devotamente i suoi occhi, le alita in viso come un cagnolino fedele; premuroso la solleva fin sul leardo bianco pomellato, come si trattasse della nipotina amatissima che sta per intraprendere un viaggio rischioso; non riesce a dar il segnale con la frusta; infine vincendosi, lo dà con uno schiocco; prende a correre a bocca aperta accanto al cavallo; segue i balzi della cavallerizza con occhio vigile; trova quasi inconcepibile la sua abilità tecnica; (…) ingiunge, furente, agli stallieri che reggono i cerchi di star ben attenti; prima del grande salto mortale, scongiura alzando le mani l’orchestra di tacere; alla fine solleva la piccola dal cavallo tremante, la bacia prima su una gota e poi sull’altra e ritiene inadeguata qualsiasi ovazione del pubblico; mentre lei stessa, da lui sorretta, sollevandosi sulla punta entro un alone di polvere, con le braccia distese e la testolina riversa all’indietro, vuol estendere la propria felicità all’intero circo…ebbene siccome le cose vanno così, ecco che lo spettatore della galleria appoggia il viso alla balconata e, perdendosi nella marcia come in un sogno doloroso, piange di un pianto inconsapevole.
La poesia è ‘un osso di seppia’, ma tanto diversa dalle altre del libro di Montale che quello che in questa poesia è quasi assente, nelle altre è sovrabbondante: l’elemento di natura. C’è l’astrattezza, l’irrealtà, il languore del sogno e dell’incubo. L’attacco è di foscoliana memoria, come tutti avrete sentito e ricordato.
L’altro è un breve racconto (riportato per intero) di Franz Kafka. Uno dei racconti più belli e, invero, più tristi del pianeta (chi l’ha detto, infatti, che la bellezza abbia come attributo esclusivo la felicità?).
Io ho sentito una somiglianza e una differenza tra i due. Sono due componimenti che si affacciano sull’orlo dell’abisso, del vuoto, facendolo splendidamente. Lettori non possiamo non provare una leggera vertigine, come un ‘anello che non tiene’, mentre vediamo (o meglio, intravediamo) l’inganno consueto, le case i colli gli alberi che si ricompongono per ‘il niente di nuovo sotto il sole’; mentre sentiamo l’irrealtà, l’atrocità dell’inganno circense – la cavallerizza che recita la parte di cavallerizza felice; il direttore che usa la sua frusta per mettere a tacere l’orchestra per il gran salto, o invitare gli stallieri a prestare attenzione alla dolce fanciulla. Il tutto è ovattato, tragicamente finto e a noi non resta che poggiare il viso sulla balaustra e piangere di quel tremendo pianto inconsapevole. Soli. Tra gli uomini che non si voltano (perché? per codardia? o per ignoranza?).
La differenza, forse sottile, forse inesistente, e che fa del racconto kafkiano, un racconto senza speranza a differenza di "Forse un mattino andando in un’aria di vetro", è l’incapacità di poter trovare una falla, un errore, il miracolo montaliano che porti comunque ad una redenzione, seppur minima, seppur inefficace. L’intollerabilità dell’essere come mai prima era stata evidenziata, Kafka l’ha portata alle estreme conseguenze.
Come direbbe Benjamin, Kafka pensa per ere. Ere intere l’uomo deve spostare nell’atto di imbiancare, nel atto di compiere anche il minimo gesto. E' di una terribilità infinita. Il suo pianto non è un pianto cosmico, è un pianto inconsolabile perché il mondo di Kafka è un mondo atroce e non solidale.
Montale ci dice il suo segreto, lo svelarsi dell’inganno, che non può condividere con gli uomini che non hanno visto; Kafka non ce lo dice, perché non lo ha visto nemmeno lui, e quel che è peggio, è che però continua a sentirlo, intimamente, intollerabile, infinito, colpevole.
domenica 12 luglio 2009
DISTURBI DI PERSONALITA'

E' da un po’ di giorni che Bruni cerca di introdurre il discorso dei disturbi di personalità ovunque. Si fa la spesa, e scappa lo Schizotipico. Si va in posta (c’è la fila, uh, che novità!) e si presenta il Paranoide. Si mangia a tavola, un sacco di melanzane urticanti il mio esofago spero non barrettiano, e si infila di soppiatto un Istrionico. Il Borderline spunta come i funghi tra uno sguardo in vetrina alle nuove scarpe estive e un Gratta&Vinci che dice: non hai vinto, però ti ho illuso parecchio e mi comprerai di nuovo. L’abuso infatti di Gratta&Vinci e di BDZ (benzodiazepine mi raccomando, non confonderle con le benzoTiazepine, che sono calcio-antagonisti e rischi di collassare. Su certe cose bisogna essere categorici) sono la regola in questi casi. E il Narcisista? (allo specchio) Cavoli, guarda che capello perfetto mi è venuto oggi. Avessi gli zigomi più alti, Dolce mi raccomanderebbe a Gabbana.
Ovviamente, un uomo steso sul divano la domenica sera, davanti alla tv e le partite di calcio e con in mano una Bud ghiacciata, ha l’Antisociale in agguato dietro di sé. Solo un fesso non se ne accorgerebbe.
Quando posso evito come la peste.
Ieri sera non si è parlato per niente di queste cose. Era una serata piacevole. C’era pure un leggero venticello in terrazza. Volevo rivedermi Citizen Kane. Quel famoso “giallo metafisico”, come disse Borges.
- Ma è magnifico, bella idea. Devo scoprire quale disturbo di personalità assillava il magnate.
Le ho detto che non tutti gli uomini sono assillati da disturbi di personalità. Che esistono anche i temperamenti.
Mi ha guardato con quel suo sguardo suo. Suo proprio eh! Fulminante. L’idea è traboccata. Deve essere stato in momenti così che Napoleone ha maturato e tirato fuori la marcia in Russia. E mi ha detto una cosa che evidentemente si preparava da giorni:
- Tu, ad esempio...
Mmm.
- Hai mai sentito parlare del Cluster C?
- Immagino sia il Cluster mio – le ho detto.
- Ovvio, a qualche cluster dobbiamo pur appartenere. Disturbo evitante di personalità. Ti calza a pennello.
Leggo: un disturbo di personalità caratterizzato da uno schema di comportamento penetrante di inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza, estrema sensibilità a valutazioni negative nei propri confronti e la tendenza a evitare le interazioni sociali.
- Sai da cosa si capisce?
- No.
- Preferisci andare in grossi centri commerciali per provarti magliette e jeans. Soffri le commesse. E il loro giudizio. Sei chiaramente un APD, Avoidant Personality Disorder.
- Ma se c’ho pure il blog!
- Appunto. Legittima la mia tesi.
- Si capisce.
Da ieri dunque, come un fardello, mi porto questa diagnosi in corpo.
Dunque siate clementi. E non giudicate.
Ora sapete di cosa soffro.
E anche voi non sperate di sfuggire ai vecchi cluster, ci siete dentro fino al collo.
Parola di Bruni.
giovedì 2 luglio 2009
CIAO MIMMO
io volevo dirti che mi avevi lasciato
sul viso una riga spietata,
che me l’avresti pagata
ancora una volta.
I capelli ce li siamo tirati davvero
ricordi?
e non cadevano soli.
Lo so, non è il mio dolore che conta,
rimestano la minestra i vivi che restano
e tu conosci l’adagio.
Però che cosa lasci
se solo una mano stretta che mi diceva
è un infarto?
mi rimane?
Questa è stata
l’ultima tua fragilità
prima di dirci ciao
con tre dita
non abbiam saputo più nulla
di quello che pensavi
persino la porta chiudevi
se parlavi col prete.
Ci ha detto che
attendevi l’imbarco
coi sospesi.
E ora non una scusa, fratello
non un biglietto messo sotto
gli occhi di tutti. Solo i cerotti
di morfina sono rimasti
appesi al chiodo. Erano
gli ultimi guantoni
con cui hai picchiato
la vita.
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