martedì 10 novembre 2009

Il borgomastro di Furnes

Una mattina S. si svegliò e iniziò a scrivere il Borgomastro di Furnes.
Il libro quale si presentò ai diversi editori era un libro devastante nella sua perversa diligente analisi, minuziosa quanto quella di Dio quando creò i fondali marini. Bompiani chiese a S. di modificarlo – il libro era troppo morboso - , supplicò di trarre conclusioni meno affrettate e crudeli, e avrebbe così considerato la possibile segnalazione a Nottetempo editore. Einaudi invece fece sapere che non rientrava nel loro triangolo editoriale. Sellerio si lamentò del fatto che, sebbene lo spirito del libro fosse molto insulare e gattopardiano, nemmeno una parola – una – era in dialetto siculo. Feltrinelli non si pronunciò e, se si pronunciò, lo fece male e scortesemente. Adelphi invece, sputando nel piatto dove aveva mangiato per anni, accusò S. di plagio, e fece causa. Calasso, preso dai rimorsi, il giorno della sentenza, scorreggiò tutta la mattinata.
Bleah.
Il borgomastro, bandito dall’universo, finì tragicamente in mano a un aNobiiano rivoltoso che lo lesse tutto interamente due volte e poi lo recensì. Lo chiamava il borgomastro di Funes, perché tutti si erano ricordati del manoscritto e nella loro memoria era come una fotografia, uno scatto volgarissimo e inclementissimo, e come diceva il maestro Hugo il libro era “soggetto ad assenze nell’infinito”. Tutti erano d’accordo come cani che fiutano un tartufo che si trattasse in effetti di un tartufo e anche bianco; ma nessuno era sicuro di se stesso tanto da mangiarlo e non morirvi poi intossicato. Pessoa disse che nel libro c’era in effetti un Amleto che preparava una trappola, ma che non vi fosse la commedia giusta per farlo recitare. L’aNobiiano non fu dello stesso parere, e addusse una serie di motivi che adesso non ricordo ma che sono citati nelle istanze giudiziarie. Il libro è pericoloso davvero, come un altro aNobiiano fece notare. Furono però presi tutti i provvedimenti del caso.
Si narra di un uomo, e questo già è una novità. L’uomo non solo è sessualmente completo, ma medita vivendo gli ultimi infausti giorni della sua rigida, discutibile carriera di borgomastro, e questo oltre che essere una novità gli fa onore. Molti sono morti senza averlo fatto e sapevano di star per morire; lui, pur non sapendo se nel libro morirà, si carica sulle spalle questo gravoso affare; S. certamente se sa una cosa è che non sopravvivrà. Sopravvivere nel senso di rimanere fra la vita e la morte. In quel limbo dove non esiste quella che Keats chiamava la “capacità negativa”, ossia la capacità dell’immaginazione di resistere strenuamente e fisicamente, di sopportare passioni ossimeriche (nel senso di omeriche e contrastanti), mantenendo l’atteggiamento più impassibile e distaccato possibile. La capacità negativa è prerogativa della vita, ha odore di animale, e si nutre di locuste e miele selvatico. Ah! Se il nostro borgomastro potesse firmare questo contratto, firmerebbe, per diana, se firmerebbe!
Non contento infatti S. non solo lo espone a simili intemperie, ma ci mostra anche come nel cuore dove alberga una lotta, fuori dalla sua porta si scatena la tempesta. Attorno al borgomastro infatti scorrono, come bisce, una lunga sequenza di tipi umani. Sono i surrogati della società, i mefitici buontemponi del tutto bene-come stai-spero bene. Quelli a cui non daresti la mano perché è “umidiccia”, come quella del signor kempenaar. Non si può dire affatto che S. cerchi di rafforzare il suo canovaccio con “a foreign splendor”, uno splendore straniero come diceva Wordsworth, quello stratagemma che permette a qualsiasi scrittore mediamente bravo di dare lustro ai fotogrammi centrali con una serie di sub plot paralleli o personaggi comodi. Nessuno splendore sottende questa superba creazione. Nessun Dio abrogherebbe un diluvio universale su questa massa di petulanti criminali. Tutto, nel racconto, diventa materia funeraria. E se il climax è l’attesa stessa, il poliziesco qui non sta nello smascherare un assassino, ma nel trovarne uno a pagamento e che faccia il suo dovere e che sia anche disumano.Commuove vivamente come quest’uomo, il borgomastro di Furnes, sia l’uomo a cui è riservato un compito, quello di vivere in una cittadina, percorrere le sue vie e le sue piazze, scendere nel suo tetro fondo e, come direbbe il Manga, “non potersi rifiutare di peccare, perché il peccato di colui che si rifiuta di peccare non è perdonabile”.
La morte di Simenon, in particolare di questo Simenon, ci ricorda quanto la sua attività di amanuense avrebbe potuto redigere pagine fino alla fine del mondo, e perciò, come tutte le morti sacre, ci rammenta i capolavori che abbiamo perduto per sempre e le intuizioni che non vedremo né oggi né domani, senza il loro aiuto.

Avesti una visione della strada che a stento la strada comprende (T.S.Eliot)

venerdì 16 ottobre 2009

NORWEGIAN WOOD di MURAKAMI HARUKI

Ho letto gran parte di questo romanzo nel giardino universitario accanto a un giapponese munito dell’immancabile I-Pod che ogni tanto mi guardava e mi sorrideva, come a dire: bello il nostro Murakami eh, te stai a divertì ve’? Sorridevo anch’io di tanto in tanto, anche se non c’era nulla per cui sorridere. Il giapponese comunque ascoltava heavy metal, altro che Miles Davis.

Che sia un romanzo occidentalizzato è una gran strxxxxxx diffusasi a macchia d’olio che troverete scritto un po’ ovunque. Ho una certa piccola esperienza in fatto di narratori giappo-ciaina-tailandesi per intuire che siamo di fronte al più giapponese dei romanzi giappo-ciaina-tailandesi. La canzone Norwegian Wood poteva essere benissimo sostituita con Takeda no komoriuta e non sarebbe cambiato n u l l a.

Una premessa, Murakami è un informatore. Sa benissimo che ai suoi lettori interessa più l’incendio del solaio nel Quartiere Latino che una rivoluzione a Madrid, come disse una volta un famoso giornalista. E pertanto ciò che avviene all’interno dei personaggi è solo una vago riflesso di ciò che sta succedendo all’esterno, ben meno potente e fecondo. Non credete nelle rivoluzioni ma negli uomini sembra essere il suo motto. E’ il mio da una vita.

Inoltre Murakami, oltre che un informatore, è il “ragno silenzioso” di flaubertiana memoria. Come è capace di tessere noia lui, difficilmente è capace qualcun altro. Perché tesse una noia di classe in tutti gli angoli del vostro cuore e poi vi chiede pure il conto. Voi siete costretti pertanto a togliere il portafoglio e non potete trattenervi dal dire: bel pezzo di merda. Ha comunque vinto lui.

Potrei uscirmene con la più classica delle locuzioni “Non è il mio genere…” se non avessi già un paio cecchini pronti a fucilarmi per aver sempre affermato con una certa spavalderia: “Non sono nemico dei generi”. Mi tocca quindi sbrogliare la matassa e appendere qualche stellina al bel presepe. Ma sono ancora in alto mare e tragicamente non sono Ulisse.

Confesso di essere un amante del trash e dello splatter. Un romanzo dove muore un po’ di gente, senza nemmeno una gocciolina di sangue sul pavimento o sul soffitto mi mette addosso una gran tristezza. Sono per i riti abbreviati, ma che siano comunque sanguinari.

In Noruwei no mori, a differenza dell’Amleto, non ci sono sguainamenti di spade o luccichii di pugnali, ma come nell’Amleto muoiono comunque tutti. Nel senso però che qui la morte non è la fine. No, qui è un morbo che avvelena, al pari del cancro. C’è chi ce l’ha, e chi no. E voi siete lì nel mezzo, partoriti dal disagio esistenziale dei protagonisti, figli loro. Infatti come in tutti i grandi romanzi i protagonisti non hanno figli. Non lasciano prole. Non sappiamo nemmeno se si reincontreranno. Perché come dice bene P.Lotor "se un incontro deve avvenire avverrà in voi". Attenti pertanto a farlo avvenire questo incontro. Dal loro accoppiamento potrete nascere voi stessi. E se è vero, come dice Pascal, che nessuno muore così povero da non lasciare nulla in eredità, siete anche bell’e fottuti.

mercoledì 16 settembre 2009

GESÙ HA UCCISO KAFKA: IO HO LE PROVE


Vi voglio raccontare una storia.
Molti anni fa, in una non meglio precisata regione della Russia del nord, una guardia in un carcere ordinò a dei detenuti di spaccare legna, perché un decimo della sua produzione doveva andare alla polizia di stato, così era stato stabilito. La catasta di legna accumulatasi nel cortile del carcere era enorme. Ai carcerati e alle guardie spettava un lavoro sovrumano. Uno dei detenuti ebbe il coraggio di chiedere: “E se rifiutassi di farlo?”. La risposta arrivò subito: per lui si profilava un’ennesima notte di digiuno.
Incominciarono dunque a spaccare legna, già deboli e denutriti, e il sole non era ancora arrivato a mezzogiorno che già erano stremati. Chiesero una pausa e l’ebbero. Tutti si fermarono, bevvero dell’acqua, sciolsero le membra contratte e tese. Tutti tranne colui che aveva fatto quella domanda. Lui continuava imperterrito a spaccare legna. Gli altri lo guardavano, schernendolo. Poi ripresero, nonostante la fatica, e lui pure continuava, e con una foga superiore a quella di tutti gli altri messi assieme. Le guardie smontarono perché avevano finito il loro lavoro, i detenuti continuarono ancora per un po’ e poi smisero. Ma il tizio della domanda continuava, come in preda a un raptus di follia. Erano le quattro, poi le cinque. E quello faceva su e giù. Gli altri cominciarono a guardarlo, se prima schernendolo, adesso con espressione di sorpresa, a tratti di terrore. Arrivarono quasi le otto e quello finalmente depose l’ascia, e se ne andò a dormire sotto lo sguardo incredulo di tutti. Me compreso. Nessuna competizione più fu indetta dopo quell’evento in quella prigione.
L’episodio così inquietante è tratto dai miei appunti - anticipo eventuali imperfezioni - sulle letture di Brodskij. Il poeta ci narra quest’episodio per citare quei famosi versetti evangelici che completano il Discorso della Montagna.
Se uno ti percuote sulla guancia destra,
tu porgi a lui anche la sinistra

Brodskij ci fa notare che molto probabilmente quel giovane detenuto, a differenza di Gandhi o di Tolstoj, che fecero di quel verso una sorta di manifesto della resistenza passiva, aveva in mente anche il fatto che dopo quel verso Cristo non tacque. Ma continuò dicendo:
e se uno vuole chiamarti in giudizio e toglierti la tunica,
tu cedigli anche il tuo mantello
E se uno ti forza a fare un miglio,
tu va’con lui per due miglia

Suggerendoci così che, contrariamente a quanto da molti ritenuto, preti per primi, Cristo non ci esorta solo a vincere moralmente, ma è una vittoria dell’esistenza che lui cerca. Non c’è nessuna passività che trapela da quei versi, nessuna. Anzi. E’ implicito in quei versi, come il poeta dice bene, l’idea che il male può essere reso assurdo per eccesso. In questo senso la vittima si trasforma in aggressore. E’ tale l’effetto che ci fa quell’uomo. Spaccando tutta quella legna, quell’uomo ci suggerisce l’insensatezza di tutta la scena. E ci esorta non a porgere l’altra guancia, per far così leva sul senso di colpa, perché potremmo ritrovarci malconci. Chi ci aggredisce può sempre far tacere in lui tutti i sensi di colpa del mondo. E darcele di santa ragione. Dobbiamo mostrargli l’assurdità della sua richiesta faticando il doppio, il triplo.

Potremmo ridimensionare su una scala di più piccola entità questa storia della vittima e il carnefice. E scorgendo i diari di Kafka, scopriamo come il suo desiderio fu quello di non essere sicuramente la vittima. Parlare di Kafka come il carnefice pare blasfemo, eppure c’è in lui qualcosa che cerca di emergere, che cerca di comandare. Tuttavia se Kafka nasce come un uomo che cerca di avere delle pretese sulla sua vita, lui è sicuramente il massimo sconfitto della nostra epoca. Perché la punizione di Cristo, la sua condanna, il rendergli con tutta l’evidenza l’assurdità del male, gli viene inflitta non una sola volta, ma infinite volte.
Cristo è il vero carnefice di Kafka.
Quando ci aggiriamo e vaghiamo in mezzo alle macerie desolanti della sua opera, dappertutto vediamo uomini che camminano per miglia e miglia, donne nude che hanno ceduto anche i loro mantelli, carcerati che spaccano legna senza tregua. La forza di persuasione del Cristo, la vittoria esistenziale, schiaccia un essere debole come Kafka, di cui Cristo non tiene conto nella sua parabola, rendendo vano ogni suo tentativo, seppur minimo, di imporsi e crearsi una vita.
Per Kafka la vita non è la vita, ma è un essere informe, che ha le somiglianze di Odradek, quel rocchetto a forma di stella, che può stare su due piedi e che è “il cruccio di un padre di famiglia”, perché conscio della sua inutilità così come della sua esistenza. Odradek vive in angoli bui, nei corridoi, nelle soffitte. Non ha una stanza come tutti. Quando ride, il suo riso non è normale, ma suona come “lo scrosciare di foglie cadute”.

giovedì 10 settembre 2009

UNA ROSA

Questa sera
in cui faticano
gli ultimi versi di sole
una rosa è la mia ossessione.
La vedo giovane e bianca
attirare gli sguardi
Tennyson lo sa che se la capissi
otterrei l’universo la terra
già chiusa al volere
scoprire una mossa
e ogni atto futuro e passato;
mi consolo alterando così
il vecchio proverbio persiano:

era un’inutile sera, ma ore
e saldi secoli erano in sua attesa

lunedì 31 agosto 2009

AMATO BORGES


In principio furono le sue Inquisizioni, poi venne l'universo e ogni altra cosa.
Questa introduzione forse non sarebbe dispiaciuta a Borges che amava tanto citare Mallarmè mettendogli in bocca parole ormai non più sue: il mondo esiste per approdare ad un libro. Forse è vero, forse no. Ma questo non ha importanza.
In un certo senso Borges ha contaminato tutto ciò che ha letto e anche i suoi lettori stessi.
Chi lo legge con una certa assiduità non può far a meno di sentirsi, anzi di diventare un borgecitos. Ricordo un saggio di Llosa che diceva appunto qualcosa di simile; chiunque cerchi di imitare il suo stile, finisce col sembrare ridicolo, goffo, raccapricciante. Quello che in lui c'è di bello, di autentico, originale, finisce col sembrare caricaturale, falso, sospetto. Come una parrucca uscita male che il calvo farebbe meglio a non indossare. Borges ha una sostanziale virtù: l'essere necessario e inconcepibile fuori da quelle parole. All'epoca tentai invano alcune poesie. Azzardavo metafore stravaganti, che finivono immancabilmente per coincidere con specchi e labirinti. Il potere di contaminazione era in quel caso evidente. Ogni parola che scrive sembra assumere una valenza superiore e non si riesce a credere che possa essere scritta in un altro modo. E' come quando leggiamo l'intro di Don Chisciotte " in un borgo della Mancia, del cui nome non voglio ricordarmi...", noi non sappiamo se quelle parole sono giuste ma le sentiamo come necessarie. Io ho sentito questa affinità per Borges. E se è vero che il lettore modifica l'opera che legge investendola di significati, così come la divina commedia è stata arricchita dai suoi millenari commentatori, così nella mia mente la sua opera si è dilatata ed essa mi accompagna. E' vero per me quello che Borges disse di Stevenson: è per me una forma di felicità.

La sua idea di letteratura tende ad una decontestualizzazione continua, una perenne disintegrazione degli schemi. Non mi ha mai meravigliato il fatto che non tentò mai il romanzo. I critici riempiono interi volumi alla ricerca di risposte a questo quesito e non si rendono conto che Borges è essenzialmente uno scettico appassionato. Discutevo appunto sere fa con un mio amico dell'impossibilità di un Borges fantasy. Nulla di più lontano da lui che un mondo dove egli possa vagare al di là dei limiti e delle circostanze. Ciò che in Borges appassiona è la sfida continua a quel mondo fantastico, illusorio. Un varcare quelle colonne d'ercole pur restando sempre nell'angusto mediteranneo... Se c'è una cosa che ho in comune con lui è la mia totale incapacità di sapermi calare nelle storie, di perdermi in esse. Nella sua opera vige un attento controllo, un calcolo che può sembrare freddo ( sembrò così ad Hemingway, a Truman Capote...) ma che non lo è affatto e mi perdonino questi signori, che forse non lo avevano letto in fondo con abbastanza attenzione. Non ho mai visto uno scrittore più lucido e altrettanto appassionato di lui. In letteratura o si è estremamente lucidi o si è estremamente appassionati. Borges ebbe entrambe queste virtù e non possiamo negarglielo, nonostante gli strepiti e le covate d'invidia (?) dei vari Hemingway, Mr Capote... Un esempio? Sì, mi sembra a questo punto giusto. C'è una sua poesia che dà il titolo ad un suo libro che è 'Elogio dell'ombra'. Tra quei versi c'è ne sono alcuni che sono estremamente belli, almeno per me. E sono:

Nella mia vita sono sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.

E' una riflessione lucida e consapevole. Ho pensato troppo, sono andato al di là di ciò che era in mio potere. Democrito si è strappato gli occhi da solo per far questo. Il tempo è stato ciò che io non sono riuscito a fare, è stato il mio Democrito.
Il pensiero diventa per Borges un destino ineluttabile, la sua cecità, che quasi lo obbliga all'elaborazione mentale e che egli accetta con rassegnata umiltà.
Questo ultimo verso ci restituisce quindi l'immancabile sapore appassionato che pervade la sua opera, tutt'altro che fredda e cinica. Io direi invece epica - l'aggettivo l'avrebbe commosso, lo so, e si sarebbe ritenuto indegno, lui che amava i western e le saghe nordiche - epica perché, lungi da me il significato letterale e letterario del termine, leggendo Borges mi sono reso conto di quanto gli uomini ne siano assetati.
Le storie sono tante e c'è chi a volte trova le parole giuste per raccontarle e non è importante che queste siano tante o ci sia una sola parola, che sia un narratore o che siano in tanti, la letteratura, come ogni arte, è un miracolo che non ama svelarsi e non sarebbe impossibile se un giorno accadesse a noi qualcosa di simile a ciò che successe a quel pittore alla fine della propria vita: avendo disegnato tele su tele, paesaggi su paesaggi, ritratti su ritratti, vide alla fine che l'intera sua opera andava disegnando un unico e solo dipinto: quello del suo volto.

All'inizio credevo la letteratura fosse un grande spazio, che includesse la storia, la geografia, tutto. Borges mi ha insegnato l'amore per certi autori, o meglio per certe pagine, o meglio ancora per certe frasi.






giovedì 27 agosto 2009

...DOLOROSO PASSO


La sonata a Kreutzer, questo stroboscopico capolavoro che testardamente continua a non esaltarmi nonostante gli anni passati a leggerlo e ri-, giunto al termine di strapazzamenti meditati, segna qui il suo approdo. Non l’aprirò mai più, così sia. E quest’atto è già un segno infinitesimale del mio congedo (spero lento, lentissimo) dall’Universo; su simili gesti T. costruì una carriera. Sorvolo su trama e stile, e mi limito a qualche puntarella di stagione. Nonostante continui ad apprezzare più il Tolstoj di Chadzi Murat o dei racconti di Sebastopoli o di alcuni episodi romanzeschi, la Sonata è fra tutte le opere tolstoine quella che mi mette più ansia, anzi che no. Non saprei definire cosa mi mette sulle scapole. Sarà che anch’io son caduto nella trappola del Conte finendo per soffermarmi sull’intrinseca malia morale dell’opera, passando solo in breve rassegna quella estetica, a torto. Perché il ritmo galoppante e il concitato racconto di Pozdnyšev sono quanto di meglio T. abbia fatto e continui a fare per l’umanità, e immancabilmente non ce lo vuole mostrare.

La bellezza del racconto procede di pari passo con la sua linearità e la sua chiarezza espositiva. Hemigway se ne ricorderà finchè campa di questa lezione, e anche noi. Quando l’alter ego di Hem , Nick Adams, scorge incredulo la trota attraverso l’acqua chiara, limpida, levigata del fiume, noi apprendiamo, attraverso quello sguardo, tutto lo sforzo che quella poetica è costata al suo autore e la sua soddisfazione. Saranno in pochi a vedere la trota in quel modo.
Mi sono chiesto se ha senso ancora oggi parlare di atti sessuali non espletati come mezzo per una riabilitazione dell’umanità. Credo di no. Ha ancora senso invece parlare di “tragedie della camera da letto”, come T. le chiamava. Lo spunto singolare cui Tolstoj si aggrappa in questo caso è la splendida e altrettanto inquietante sonata di Beethoven, che con lui condivise la Forza di espressione e di rappresentazione. Ci ricorda l’amico Kipling, in un’anta di quel meraviglioso dittico che sono i libri di Puck, e nel bellissimo racconto di Fratel Codino, che Faraone e lo speziale Toby “non parlavano molto fra di loro, ma suonavano assieme e, a chi sa intendere, la musica vale quanto la conversazione”. Niente di più vero. Anche, forse, la povera mogliettina di Pozdnyšev si limitò alla conversazione, ma Tolstoj le negò l’audacia ed ella perì. E noi non sappiamo per chi piangere e con chi identificarci.

Il mesto e ultimo sorriso di Pozdnyšev al termine del suo tragico racconto induce il narratore quasi al pianto, come il racconto di Paolo e Francesca fece con Dante. E allora rammentiamo le parole iniziali con cui Pozdnyšev dà inizio alla sua storia: “Volete che vi racconti come proprio quell’amore mi abbia portato a fare ciò che ho commesso?” proprio quelle stesse parole che Dante offre ai lacrimosi amanti: “Oh lasso, quanti dolci pensier, quanto disio /menò costoro al doloroso passo! (…) Francesca, i tuoi martiri / a lagrimar mi fanno tristo e pio. / Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, / a che e come concedette amore / che conosceste i dubbiosi disiri? (…) Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice… Ma s’a conoscere la prima radice / del nostro amor tu hai cotanto affetto, / dirò come colui che piange e dice.”

Le storie, entrambe dolorose, entrambe pietose, si dividono in un sol punto: la supremazia dell’amore carnale nell’una, la storia dantesca, rispetto alla supremazia dell’amore illibato nell’altra. Ma presentano così tante affinità che quando T. chiude la storia, ci guardiamo attorno attoniti e capiamo di essere in un inferno, e nel più profondo e angusto degli inferni letterari.

venerdì 21 agosto 2009

UNO DI NOI

L'uomo che guardava passare i treni - Georges Simenon


Kees Popinga ha un lavoro e una famiglia come tanti, una moglie devota quanto snervante e due figli talmente comuni che prenderesti a sberle tutti i santi giorni se non fosse per i servizi sociali. Parla quattro lingue, ma ne usa irrimediabilmente solo una. E’ un grande giocatore di scacchi, ma rischia di perdere per piccole distrazioni e inficiare così la sua credibilità. Guarda passare i treni con malinconia e negli anni trenta a Groninga gli avrei guardati così anch’io.
Sembra vivere, ma sa di esistere solamente.

Il suo capo, una sera, gli rivela la fine della azienda - bancarotta - e la sua imminente fuga dopo aver inscenato un falso suicidio, prevedendo con troppo acume che mr Popinga non avrà le parole adatte o forse proprio le parole per poter spiegare. Però non sa che nel calderone della quotidianità di Popinga da sempre bolle il desiderio di rivalsa a cui Popinga stesso ha oppugnato fino ai quarant’anni compiuti un secco “preferisco di no”. Ma, come direbbe Samuel Johnson, a quarant’anni è ora di darsi una mossa.
Noi non sappiamo cosa pensò con sicurezza né cosa gli girò per la testa, se fu il pensiero di un attimo o la conclusione di una lunga e infinita serie di attimi. Sappiamo solo che Kees Popinga si scagliò bruscamente contro il muro dell’ipocrisia e delle convenzioni e tentò di sfondarlo, riuscendovi. Quando egli è dall’altra parte, armato di calepino e nella mani del destino, lo seguiamo, ma non come si seguirebbe un ladro o un assassino. Lo seguiamo perché con Popinga c’è una piccola parte di noi stessi, e vorremmo con tutto il cuore fosse salvaguardata, non derisa, non spiattellata sulle pagine del primo quotidiano di città. Popinga si porta a spasso per Parigi, con la sua etica privata, un piccolo pezzo di tutti i noi, forse la parte filogeneticamente più antica.
La prosa, come al solito, è fluida, l’incanto è a portata di mano, l’autore ha messo lo stucco anche alle più piccole fessure. Manco a dirsi, le poche volte che Simenon apre bocca lo fa per proteggerci, poi nobilmente tace e resta a guardare anche lui, con la nostra stessa curiosità, come va a finire la storia di un uomo che “era uno di noi”.

giovedì 20 agosto 2009

NEL PETTO FEDELE


La linea d'ombra - Joseph Conrad

Mi hanno chiesto perchè ho riletto questo libro tre volte. Ho dovuto dire in realtà che non si tratta della terza rilettura. Lo leggo ogni anno. Ho questa buona abitudine. Non è troppo lungo per impegnarmi troppo, nè troppo breve da lusingarmi del suo pieno possesso. Ciò che possiedo di 'The Shadow Line' è invero molto poco.
Ha le caratteristiche giuste per attrarre le mie esigenze di lettore - una macchina perfetta che viaggia con il vento in poppa nonostante il ristagno della bonaccia che ivi si racconta - e le doti giuste per plasmare quest'essere che sono e che si sta formando e che si fatica a chiamare uomo. Intravedo la mia linea d'ombra, ma non ne ho la certezza e non vorrei fosse un miraggio o, peggio ancora, una fata morgana.
Il racconto è una storia d'amore. Oserei dire la migliore storia d'amore mai scritta. Ma non vi inganni l'ampiezza dell'intrare, no. Questa non è una storia di matrimoni o altre cose del genere. Però leggete e ditemi:
Ponendomi la mano sulla spalla mi fece voltare un poco, mentre con l'altro braccio indicava. "Eccola! Quella è la vostra nave, capitano" disse.
Sentii un tuffo al cuore. Fu un colpo solo, come se il cuore dovesse cessar di battere. (...) Sì, era là. Il suo scafo, le sue attrezzature mi riempivano gli occhi di gioia. Quel sentimento di vuotezza che mi aveva reso tanto inquieto negli ultimi mesi perse la sua amara plausibilità, la sua mala influenza, dissolto in un flusso di liete emozioni.
Non vi sembrano questi gli accenti di un cuore innamorato? Ma Conrad non manca di stupirci - descrivendola quasi fosse la sua donna, la sua amata - e di commuoverci:

Al primo colpo d'occhio vidi che era un vascello d'alta classe, una creatura armoniosa nelle linee del corpo ben fatto, nell'altezza proporzionata delle sue alberature. (...) Tra le sue compagne ormeggiate a sponda, tutte più grandi di lei, sembrava una creature di nobile stirpe - un destriero arabo in una squadra di cavalli da tiro.
Il racconto avrebbe dovuto intitolarsi 'Primo comando' come ci dice Conrad nella sua nota, perchè nasceva dall'inesperienza del giovane autore come comandante, per la prima volta, di nave; ma il racconto si intitolò 'la linea d'ombra' e mai titolo fu più suggestivo e interpretabile.
Cos'è la linea d'ombra?
E' Conrad stesso a spiegarci e svelarne il senso. Chiunque abbia visto una linea in questo romanzo penso sia fuori strada. Non c'è un momento in cui noi sentiamo che questa linea è stata attraversata, eppure il protagonista alla fine è cambiato, ha un'aria diversa. "Mi sento vecchio. Tutti voi a terra mi sembrate un mucchio di giovincelli bizzosi" dice al capitano Giles dopo aver scampato un naufragio. Eppure quella linea continua ad essere indefinita, appunto in ombra. La nave è stata colta dalle febbri tropicali e tutto l'equipaggio si è ammalato, tranne il capitano e il cuoco Ransome, che è però malato di cuore. In più la scorta di chinino che avrebbe dovuto mantenerli vivi è stata ingannevolmente distrutta dall'ex-capitano, in pieno delirio di onnipotenza e di distruzione. Gli unici a non ammalarsi sono proprio quelli che hanno un male dentro, che soffrono interiormente. E che si trovano a dover combattere una partita che diventa più seria del previsto. Il capitano, giovane che ha abbandonato tutto ritrovandosi questa grande opportunità del primo comando, e Ransome, malato di cuore. Arrivati a questo punto è difficile non commuoversi, trovando la chiave di lettura. Nel congedare Ransome e nel congratularsi con lui per l'ottimo servizio reso, nonostante la sua salute, il capitano sente questi allontanarsi dalla sua cabina e salire le scalette del boccaporto con cautela, gradino per gradino, "nel timor panico di far adirare di improvviso la nostra comune amica, che era suo destino di dover consapevolemente portar nel petto fedele". Con sublime maestria questo passo chiarificatore ci illumina e ci fa comprendere tutto. Oltrepassare la linea d'ombra è essere coscienti della morte "la nostra comune amica", è fare le scale "gradino dopo gradino", è essere consapevoli della sua esistenza. Questa è la verità. Difficile non commuoversi e non meravigliarsi perchè il tutto è detto con quella soffusione e maestria che rende immortali. Penso Conrad abbia portato questa immagine nel suo intimo, quasi un ideale, per tutta la sua vita e ci renderà più consapevoli mentre lo leggiamo di ciò che siamo, di ciò che saremo e non potremo essere.
Lontano, tra le nebbie di un nebuloso avvenire, io come voi, troveremo forse la nostra linea d'ombra. Beato sarà colui che saprà trovare, come Conrad, le parole adatte al suo significato.

mercoledì 19 agosto 2009

LO STILE DELL'ANATRA


Lessi diverso tempo fa un libro di Raffaele La Capria che aveva un titolo abbastanza curioso: si intitolava Lo stile dell’anatra . Il demone della curiosità mi suggerì all’orecchio varie opzioni interpretative, e cedetti ai suoi ricatti: comprai il libro e incominciai a sfogliarlo.
La curiosità mi ha guidato sempre, in ogni scelta; Leonardo da Vinci la scoprì attraverso una spelonca, e vi cedette tutta la vita; quand’era ancora un bambino si trovò di fronte ad una caverna buia che lo attirava in modo irresistibile. Da allora mi è rimasta quest’immagine in mente, la curiosità deve essere una caverna buia di fronte lo sguardo fisso di un bambino. Me ne ricordai anni dopo quando, immerso in furori letterari, incappai di fronte ad un’opera d’arte (De crescenzo in qualche suo libro ne parla) che era niente di più che un tavolo di compensato in cui erano stati fatti moltissimi buchi; l’artista, con punte di sagacia, aveva scritto sotto l’opera il titolo, ossia Il Sesso, e ancora più sotto una nota in cui invitava il suo pubblico a mettere il dito in ciascuno di questi buchi, facendo però attenzione perché in uno solo di questi, SOLO UNO, c’era un chiodo con la punta rivolta verso l’esterno. Allora ognuno, armato di santa pazienza, passava un buon quarto d’ora ad infilare il proprio ditino in ciascuno di questi buchi, con estrema cautela e attenzione, al fine di non pungersi con quell’unico chiodo in maniera alquanto crudele, per poi scoprire alla fine che non c’era nessun chiodo. Il sesso era rappresentato benissimo. Una camera buia in cui si entra con estrema cautela, senza sottrarsi però al piacere di provare, quindi anche con curiosità. W la curiosità.
Ero rimasto dunque allo stile dell’anatra. Che cos’è dunque questo stile? Una nuova categoria olimpionica? I 200 metri stile anatra? Fatta apposta per le olimpiadi cinesi? E’ pur sempre un libro di La Capria, massimo rispetto al vecchio.
Osservate un’anatra sulla superficie di un lago. Osservate il suo scivolare lieve, soffice, quasi impalpabile sulla distesa acquorea. Quel movimento, così lirico, così uniforme e trasparente, è il frutto di due gambine che sotto fanno un gran lavorio. Il tutto avviene sotto la superficie dell’acqua, e noi non possiamo vederlo. Ma vediamo ciò che c’è in superficie: uno spettacolo, la meraviglia del creato che si dispiega nel movimento e nella poesia del movimento.

Alice Munro dunque; chi è costei? L’erede di Čechov? di Flannery O’Connor? Forse no; non saremo noi a dirlo. Noi siamo troppo coinvolti dal presente per fare spazio nel mistero dell’eternità. E dell’eternità letteraria. Possiamo dire però che la Munro ha uno stile molto simile a quello dell’anatra. Ha due gambine forti, poderose, che trascinano il sottile corpo con eleganza, raffinatezza, con grande accortezza narrativa.
Lo sguardo della Munro viviseziona la realtà, ma nelle sue storie non c’è puzza di formalina. Nelle sue storie si fa strada la vivacità, la ricchezza e l’opulenza della quotidianità solo e soltanto nella sua vitalità.
Balzac, in una delle due prefazioni a Papà Goriot, scrisse che il vecchio padre era come il cane dell’omicida, che lecca la mano del padrone quando è sporca di sangue; egli non discute e non giudica: ama. La Munro conosce a menadito la grande lezione di Balzac. E’ per questo che i suoi personaggi possono riuscire, e sovente riescono, meravigliosi. E ciò inizialmente mi ha sconvolto, perché quando leggo Balzac ho sempre l’impressione di essere l’unico (che alterigia e che presunzione!) a prendermi cura di lui.
Un uso estremo del reale dunque, che la rende affine ad un Čechov; una realtà però che, così descritta e forgiata bene, finisce per deformarsi sotto il suo sguardo, come il metallo sotto le mani del fabbro. Ma la cosa bella è che non è il suo sguardo a deformarla. La realtà qui si deforma dal di dentro, dal midollo, inizia ad incancrenirsi da sola. E’ grande la lezione, non solo dei naturalisti francesi, da cui la Munro ha preso la sua anima più femminile e ritrattista, ma anche quella dei “metafisici” americani: Hawthorne, sopra tutti. Avete mai letto “Il velo del pastore” o “Wakefield”? Ecco, il compitino per casa.
Nemico, amico, amante… è un libro eccezionale. Probabilmente unico oggi nel panorama letterario.
C’è un splendida poesia di non so più chi - è talmente bella che ho finito per dimenticare chi l’ha scritta - in cui c’è un soldato disteso su una collinetta, tra l’erba e un prato pieno di colori, fiammeggiante di vitalità, che viene descritto nella sue forme, nelle sue linee, nella sua armonia con il creato e con l’universo. Sospettiamo stia riposando, che si sia affrancato un momento dal peso della guerra e delle sue indicibili torture. Godiamo nel vederlo disteso, respirare a pieni polmoni, finalmente libero di posare la sua carabina. L’ultimo tocco del poeta però, che ci aveva deliziato in una così meravigliosa estasi dei sensi, ci fa intuire, anzi ci fa proprio esplicitamente capire che quello che vediamo di fronte a noi è un soldato appena caduto, morto, probabilmente non ancora rigido né freddo. Con un ultimo colpo di reni, il poeta evita la semplice esaltazione della grandezza e armonia dell’universo, e con il suo quieto avvertimento lega indissolubilmente questa grandezza all’idea della fine, della caducità. Con quell’ultimo leggero guizzo di china il poeta ci indica, come fa la Munro che ci prende per mano e ci conduce, ci porta a toccare quel corpo che credevamo vitale, bello, aitante, con quel leggero, leggerissimo guizzo di china il Poeta ci indica l’unione ineffabile della vita e della morte.

lunedì 17 agosto 2009

KAFKIANO

La metamorfosi parte con un assioma.
Gregor Samsa (se cambiamo la S in K e la M in F abbiamo proprio lui) si sveglia una mattina e si ritrova trasformato in un insetto. Se postuliamo questo come vero, tutto il racconto ha una sua coerenza logica e una triste realtà.
Sappiamo che Kafka chiese ai suoi amici di distruggere la sua opera una volta scomparso, ma è chiaro a tutti che se l'avesse voluto veramente l'avrebbe fatto lui stesso. Forse si scaricò di un peso. Il peso di non essere stato felice e di averlo bramato. Il peso di un uomo che ricerca un posticino nell'Universo, sia pur piccolo, ma che gli viene negato. Tutto questo patì e sofferse Kafka, ma i posteri non hanno dimenticato il suo accorato lamento. Gli hanno tributato un aggettivo, "kafkiano", che sta ad indicare qualcosa di opprimente, qualcosa che tende all'incubo. Da parte mia non posso negarvi che ogni volta che leggo i suoi racconti penso che non gli sarebbe affatto piaciuto. Ho da un po' di tempo in mente di scrivere ad uno Zingarelli qualsiasi. Quell'aggettivo merita un significato diverso. Merita, a mio parere, questo significato: qualcosa che nonostante tutto, nonostante le avversità e le incomprensioni, tende e aspira alla felicità. Detta così allora possiamo dire che ogni uomo è kafkiano. Perchè questo fu Kafka: un uomo non felice ma che bramò di esserlo.

mercoledì 12 agosto 2009

KIM, UN CAPOLAVORO DI FELICITA'


Kim è uno dei libri più felici che siano mai stati scritti da un uomo e uno dei miei libri preferiti.
Chi non l’ha letto non può avere un’idea della felicità di cui parlo. E il Ventesimo secolo (Kim è del 1901- un libro vecchio cent'anni) si apre con un inno alla vita, alla gioia che non ha eguali.
Non lo consiglierei a un giovane, nonostante il libro sia catalogato a torto come libro per ragazzi, perché i giovani la vita devono imparare a guardarla con i propri occhi, ancora pieni di fulgore e di mattino. E’ il libro DELLA Giovinezza, non PER la Giovinezza. Lo consiglierei invece a chi, strada facendo, ha perso quell’incanto; ai vecchi, ai depistati, agli smarriti. A chi serba in fondo al suo cuore una stelo arido che può ancora prendere fuoco. A lui dovrebbe andare Kim e la sua storia.
E’ un libro di prim’ordine, come disse Edmund Wilson, “dove Kipling, più che in ogni altro suo libro, lasciò seguire liberamente alla sua fantasia le sue memorie ed esplorazioni.” Dovunque si posano gli occhi vivaci di Kim, questo Piccolo Amico di Tutto il Mondo, scaturisce un fiume di vita. Il lama, come al solito, era immerso in meditazione, ma gli occhi vivaci di Kim erano ben aperti. Quel largo ridente fiume di vita era a suo giudizio, molto più interessante delle anguste affollate vie di Lahore. C’erano tipi nuovi e nuovi spettacoli ad ogni passo… caste che egli conosceva e caste a lui ignote. Ci sono nello sguardo di Kim una leggerezza e una vivacità freschissimi; per lui non c’è mistero che non possa essere svelato, non c’è croce che non possa essere sollevata insieme, non c’è dialetto che non possa essere compreso. La forza di cui si carica il suo sguardo non è dovuta al mondo, ma ad egli stesso. Non conta il mondo, ma gli occhi per guardarlo. E la lingua per chiamarlo. Se il mondo è desto, Kim vi si trova in mezzo, più sveglio e infervorato che mai, “mordicchiando un ramoscello di cui poi si servirà come stuzzicadenti”, poiché Kim prende i suoi costumi dappertutto, nei paesi che conosce e ama. Nessuno sa perché poco più avanti, in preda a un bisogno inconscio, Kipling affida al piccolo amico di tutto il mondo il terribile compito di spia nel Grande Gioco della rivalità anglo-russa. Come dirà qualcuno, molti anni dopo Kipling si dimostrerà ancora impenitente nella sua autobiografia per questa scelta. Kim, durante il viaggio con il Lama alla ricerca di un Fiume Sacro, viene arruolato nel reggimento del padre, e, entusiasti della sua duplice natura di inglese ma anche di “nero come un tizzone indigeno”(“uno così nasce ogni cento anni”) lo assoldano nei servizi segreti. Egli passa a “Bobs” i dettagli di un' invasione pianificata da «cinque re confederati, un potenza settentrionale connivente, un banchiere indù di Peshawar, una fabbrica d' armi in Belgio e un principato maomettano indipendente nel Sud». Leggo nel web: Kim - così ricco di quello che Le Carrè chiama "trucchi del mestiere" - avrà un significato ancora maggiore perché porterà alla fondazione nel 1904 - tre anni dopo la sua pubblicazione - del servizio segreto indiano, rapidamente seguito dal MI6. Kim ispirò persino la nascita dei servizi segreti statunitensi. Amico di Kipling, il presidente americano Theodore Roosevelt - che aveva risposto all' appello di Kipling di "farsi carico del fardello dell' uomo bianco" lanciando i suoi cavalieri cubani contro l' Impero spagnolo - era solito chiamare suo figlio Kermit «Kim», e sarà poi Kermit/Kim a fondare la Oss (Office of Strategic Services, in seguito Cia). Uno dei suoi primi direttori, Allen Dulles, teneva sempre sul comodino una copia di Kim, che diventò uno dei manuali di riferimento della Cia. Nato come il suo creatore nel 1865, appena otto anni dopo la drammatica sollevazione anti-britannica del 1857, il personaggio Kim è anche la «storia di copertura» di Kipling; la sua seconda vita nascosta. Nel romanzo, la spia Kim affina le stesse qualità che il giornalista/spia Rudyard stava imparando: spirito di osservazione e attenzione per il dettaglio, come nel «Gioco di Kim» (un classico gioco di osservazione). Entrambi erano, proprio come moltissime altre spie, outsider che vivevano in due culture. “
Vivevano in due culture”. In Kim non c’è traccia di questo dualismo, perché l’autore con un sapiente schema narrativo offre al lettore una meravigliosa coesione a tutto, nature comprese. Come in un cerchio, la storia si chiude lì dov’era cominciata, apparentemente senza trama. La madre gli dirà in un cupo autunno ventoso: Tu sai di non poter scrivere una trama per salvarti l’anima. Persino la vita e la morte qui appaiono non ai due poli dell’esistenza, ma intimamente connesse e amalgamate. Dirà un indigeno nel corso del racconto: “Quando avevo quindici anni, avevo già ammazzato un uomo e messo al mondo un figlio”. Come in un atto magico.
Il romanzo non è riassumibile perché, come ha detto un critico, Kim concentra in se stesso, con una felicità ineguagliabile, ogni genere letterario: romanzo d' avventure, romanzo picaresco, romanzo di viaggio, romanzo spionistico, romanzo di iniziazione, romanzo mistico.
Letto dopo parecchi anni, non posso far altro che ritornare sullo sguardo che Kipling con Kim offre ai suoi lettori. Incantevole. E’ uno sguardo pieno di comprensione, incuriosito, appassionato, che conosce il pericolo senza fuggirlo, che conosce il male senza blandirlo. Nei bellissimi “Racconti semplici delle colline” si legge:

Un lancio di pietra su ogni mano
Da ciascuna delle strade ben ordinate che percorriamo
E tutto il mondo è selvaggio e sconosciuto.

Per Kipling il mondo non obbedisce a un ordine, ma è sull’orlo della confusione e dell’irresponsabilità. La cosa però lo affascina e egli adegua il suo cuore al battito della terra. E il suo appello è nobile e solenne, solidale, ecumenico.
Il mio fratello (così dice Kabir)
Adora ottone e pietra come un infedele,
ma nella voce del fratello mio
sento la stessa angoscia del mio cuore.
Il suo Dio è quello che gli diedero i Fati…
La sua preghiera è quella di ogni altro uomo… e mia.

Perché Kipling ci ricorda in ogni passo della sua opera che il cielo ha le sue guerre sublimi, ma la terra ha guerre banali. E dunque “voi che battete la via stretta, fra bagliori d’inferno, verso il giorno del giudizio, siate gentili quando l’infedele prega il Buddha a Kamakura.”

sabato 25 luglio 2009

BARBARI - CAPITOLO CONCLUSIVO DELLA TRILOGIA DELLA COSTIERA

La notte era tinta come una bottana.
Erano anni che volevo iniziare con un incipit così.
Sentivo la civetta con il suo verso sinistro circondarmi la casa e stringermi il cuore. Il vecchio giradischi funzionava ancora, chi l’avrebbe mai detto. Mi sembrò perciò il momento giusto per mettere su la Messa Funebre Massonica K 477 del divino Amadeus. Il pezzo preferito dal mio trisavolo Giorgio Luigi Filippo Roncallè. Avevo persino avuto la buona idea di noleggiare un film di vampiri che mi aveva iniziato a ischemizzare il primo quarto di ventricolo, più che la Mauerische Trauermusik con dolby surround e volume a gogò. Aggiungeteci pure questo: la mia ragazza mi aveva lasciato definitivamente, scoperta la corrispondenza con Madame. E questo: la play-station era volata nelle grinfie del suo nipotino scassaminchia. E quest’altro: sul pc non avevo manco la prima versione di Supermariobros.
Pacman? direte voi. No, nemmeno Pacman.
Sazio? Ero a dieta da due settimane.
Soldi? Licenziato con un calcio nel sedere.
Insomma ragazzi, ero a pezzi, peggio che Harry.
Mi alzai alle quattro. Come da copione, aprii il frigo.
Anche Cribbio, il mio cane, aprì un occhio e sembrò maledirmi per il fracasso. “Bau Bau Bauscia, che cazzo bai a quest’ora”, gli leggevo in quell’occhio liquido. Fanculo Cribbio, dopo tutte le coscette e alette di pollo di cui mi ero privato sorbendomi chili di petto per sfamarlo, aveva pure il coraggio di guardarmi a quel modo. Mi balenò il pensiero di uno spaghetto aglio olio e peperoncino, alla faccia lentigginosa della mia dietologa. Ma ricordai di non avere manco un pachino per il colore. Che piatto era senza nemmeno un pachino? Rinunciai. Misi in padella 12 mini-wurstel e me li scafai tutti. Avevo appeso in cucina il poster di Pulp Fiction, e Uma Thurman, magra come un piatto di verdura lessa, sembrava guardarmi con aria parecchio schifata, probabilmente a causa di quei mini-wurstel.
- Fanculo pure a te, - dissi.
Stappai pure una Bud.
E bariccolo dov’è? dicono i bambini dai banchi di fondo.
Abbiate pazienza, arriverà.
I mini-wurstel si erano rivelati la mossa azzeccata. Erano filati liscio lungo le valvole conniventi e avevano già imboccato la prima ansa duodenale prima della grande chicane del digiuno. Nel colon si banchettava e mancavano solo le posate. Mi era ritornata la felicità, una parola senza significato in quelle ultime settimane.
Decisi di mandare un sms alla mia ex:
Dì a quello scassaminchia di tuo nipote che si può tenere la play. E a tuo padre che l’ultimo passito di Pantelleria secondo me era una fregatura.
Ma che motivo avevo? Rabbia? Offesa? Decisi di godermi la vita e di non farmi trascinare in circoli viziosi e sentimentali. Intanto era passata un’ora. Le cinque. A quest’ora molti uomini si alzano per andare in fabbrica e portare il pane a casa. Le donne invece si alzano per fare più comodamente la pipì. Gli amanti si separano per non essere sorpresi dal giorno. La luna cede il passo all’alba omerica dalle dita rosate e qualche gabbiano è incerto se gracchiare o restare in silenzio per non disturbare la quiete. E io invece avevo proprio voglia di rompere le balle a qualcuno.
Telefonai al primo numero che avevo segnato in agendina, dicendo forte e chiaro:
- Sveglia, l’ora delle decisioni irrevocabili è giunta al suo compimento. Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria.
Attesi un secondo, l’avevo fatta grossa. Erano le cinque di mattina, eh. Dopo un po’ sentii una voce dall’oltretomba:
- Sigrud? Ma ti si è fottuto il ciriveddro che mi scassi la minchia a quest’ora della matina? Ovviamente avevo beccato, senza volerlo, lo sfortunatissimo amico e commissario Salvo Montalbano.

- Che minchia vuoi?
- Mi ha chiamato Livia.
- Veramenti?
- Giuro. Sui sacramenti.
- E che ti disse?
- Mi disse cose ingloriose sul vostro rapporto, ma che si dava speranza assai ad una tua ambasciata a Torino, dov’ella ti aspetta forse a braccia aperti. Commissà, ma come fai a sopportarla? Ti faranno una statua a Vìgata.
- Speriamo. E perché minchia ha telefonato a te?
- Una cosa a tre, è quello che vuole.
- Sigrud non ti allargare. Ma che ci fa Livia a Torino.
- Hai mai sentito parlare di relazione adulterina con proprietari di scuole di scrittura creativa?
- Ma che mi dici Sgrud? Non è la manera giusta questa di diri le cose.
- Commissario, non mi far parlare assai. Sono cosi delicati. Parliamoci aperto, faccia a faccia. Prendi il primo aereo per Torino e raggiungila, io sarò lì nel pomeriggio. Faccio un salto a salutare un amico e siamo tutti contenti. Livia in speciale maniera. Siamo o non siamo due maschioni?

.

Montalbano mi aspettava vicino ad una cabina telefonica. Si era rasato e puzzava di colonia. Solo i baffi gli davano un’aria rispettosa.
Lo salutai e gli feci subito notare quella che sarebbe stata la prima fitta al cuore della giornata. Ad un passo dalla stazione centrale, un enorme cartellone pubblicitario raffigurava Livia mezza nuda, con una pergamena in mano e più sotto la scritta:

La giovane Holden ti aspetta. Iscriviti anche tu nella mitica scuola. Imparare a scrivere non è mai stato tanto facile da quando ci siamo noi con le nostre Novecento regole.

Un peperone sarebbe stato meno rosso della testa glabra di Salvo.
- Che mi significò tutto questo Sgrud?
- Significò che Livia si è venduta al miglior offerente.
- E chi sarebbe costui?
- Lo conoscerai, lo conoscerai. Ti ho organizzato per questa sera un incontro. E’ disposto a combattere sul ring per lei. Tu lo metti al tappeto, Livia smette di fare la zoccola, io ci metto una pietra sopra e non se ne parla più.
- Lo metto al tappeto quando?
- Stasera.
- E perché mai organizzare un evento in grande stile per farlo nero?
- Ha deciso lui così, gli piace spettacolarizzare tutto.
- Ma Sgrud l’ultima volta che mi sono battuto è stato per un piatto di sarde con quel finocchio di Pepe Carvalho!
Dovevo ringalluzzirlo.
- E a questo finocchio di un pepe gliel’hai date?
- Di santa ragione.
- Ecco, visto? Lo sapevo.

Entrammo nell’arena che s’erano fatte le nove. Era una bolgia infernale, come dev’essere.
Gli spalti erano illuminati e una folla di spettatori, rigidamente suddivisa in caste, tambureggiava e accoglieva coi piedi l’entrata degli schieramenti. Salvo sembrava emozionato.
- Che c’è? – gli dissi.
- Mi batte il cuore.
Non lo volevo docile e tenerone. Era il momento di tirare fuori le unghie.
- Eh ma tieni sempre a mente, se a te qui batte il cuore, a Livia qui batte la…
- Porcomondo che mi facesti pensare.
Porcomondo sì. Eravamo nel bel mezzo di un pantano, se dovevamo tirarci fuori bisognava rincarare la dose a prezzo di umiliazioni.
- Vedi quanta gente è venuta a vederti? C’è pure Fazio e Catarella…
- Oh Sgrud, c’è perfino il Fan Club di mio nonno Andrea!
Il Fan Club era riconoscibilissimo, perché era l’unico a stare nel comparto fumatori, senz’aria condizionata.
Dopo un po’ mi disse: - Sgrud, hai visto quel gruppo laggiù in fondo? Guarda, hanno tutti in mano il mio ultimo libro La mia vita a beccafico!
- Oh sì Salvo. Quelli vengono da tutte le parti di Italia. Sono gli aNobiani. Gente di cui diffidare, son peggio delle sanguisuga. Abituati come sono a vivere la vita degli altri.
Salvo non mi diede retta, fece un saluto a cui avresti dato quattro stelle fisse e gli aNobiani invece di applaudire ed esultare, risposero con la maniera che più ritenevano consona e opportuna al loro stato: iniziarono a scrivere tutti quanti un commento su un taccuino.
L’empatia era a livelli massimali.
Ad un tratto si spensero le luci e partì la musica di Eye of the Tiger.
Qualcuno disse: - Che grezzata!
Sul ring calò una piattaforma a forma di nave e dentro c’era tutto il team Holden. Piovvero pomodori dalle tribune.
Bariccolo era avvolto in un mantello leopardato di ciniglia. Salutava e offriva smancerie a destra e a manca. Ogni tanto qualcuno gli passava del succo di idromele e lui inghiottiva senza dir parola. I muscoli mi sembravano troppo pompati dall’ultima volta che lo avevo visto e conclusi che erano gonfiati a botte di anabolizzanti. Anche la bariccolessa del resto, vestita di raso dalla cima dei capelli alla punta dei piedi, esibiva molte rughe in meno. Tutto sembrava pronto.
L’arbitro, il vecchio Pietro Citati, cercava di mantenersi in piedi e dare avvio all’incontro. Disse: - In nome di Gadda, non facciamo pasticciacci con le regole. Niente colpi bassi. Il primo che mena un colpo basso s’impara a memoria una cantica del paradiso.
Bariccolo non ci stava. Dante era roba antiquata. Ma il vecchio Citati, con la rigidità che gli era propria, sembrava inflessibile e fece no con il capo, respingendo le sue proteste.
Si fremeva per il gong iniziale. Gli aNobiani misero mani ai loro taccuini, i Camilleriani iniziarono l’ottavo pacchetto di sigarette. Il cronista alzò la voce e disse a chiare lettere che Livia comunque fosse andata sarebbe stata nel cuore di tutti. Salvo allargò le narici e mi disse invece che voleva spegnergli tutti i neuroni dell’ippocampo con un bel diretto a quel tizio, altro che cuori di tutti. Suonò il gong, erano partiti. Il mio uomo si teneva defilato e studiava l’avversario. Barick cercava di meravigliare il pubblico con una serie impressionante di piroette. Tentò di eseguire pure il moonwalk, ma Salvo gli fu addosso con una scarica di pugni sotto le costole. Barick accusò il colpo e sollevò gli occhi al cielo con faccia studiatissima da commediante. Piovvero i primi insulti: - Vergogna! Ladro! Imbroglione!
Lui non stava a sentire, le ragazzine erano dalla sua parte e ponponneggiavano sui banchi come vedette di Nantucket. Feci cenno a Salvo di avvicinarsi all’angolo e gli suggerii di non esagerare. Non volevo assolutamente che Barick passasse da santo nella vita a martire con la morte.
- Lo voglio vivo e vegeto, devi solo rintronarlo come una campana in corso di lapidazione.
Salvo sorrideva e faceva segno di sì. La folla era in delirio. E anch’io ero su di giri.
- Scatenagli una demenza vascolare.
- Che minchia dici?
Proprio a quel punto Barick partì col suo attacco, ma Salvo si scostò lesto e fece finire il suo avversario con la faccia spiaccicata sul palo dell’angolo, steso a terra di fronte a me. Gli sputai in un occhio, potevo forse resistere? Lui con l’occhio acciaccato mi disse: - Sigurd, che tu sia il più maledetto tra i barbari.
Citati si rassicurò sulle sue condizioni e fece riprendere l’incontro. Salvo gli teneva testa. Barick chiese dell’acqua. Sudava da tutti i pori come mai in vita sua. Salvo da vero poliziotto gli stava appresso come un segugio. E continuava a ballare attorno senza menar colpi. Barick si difendeva bene, e non si lasciava penetrare. Ad un certo punto si avvicinò al mio uomo cercando di spingerlo contro le corde e di sfiancarlo con mosse e mossettine. Quando colpì Salvo al fegato, dalla tribuna dei Camilleriani si alzò un grido di dolore. Camillerozzo stesso in persona scese giù e si avvicinò al ring. Venne da me e mi disse: - Sgrud, chiamami quel frocio!
Lo chiamai e lui si avvicinò all’angolo, si girò e vide suo nonno: - Nonno!
- Scimunito, che minchia facesti? Mi son giocato cento stecche di MS per te! Più sciolto come un gabbiano devi essere, non un cane di terracotta!
E qui si fermò per scatarrare.
Danny Lemon dalla astronave cambiò registro. Niente più Chopin, era l’ora del Mephisto Walzer.
Su Salvo quelle parole e quella musica scesero come una benedizione. Alla terza ripresa un gancio destro ridusse Barick ad un vegetale e Livia, che finora era stata quieta si portò una mano alla bocca. Io le feci l’occhiolino e le dissi con il labiale: PREPARATI CHE TI PRENDO E TI PORTO VIA.
All’inizio della quarta ripresa, un pugno di Salvo spostò solamente l’aria ma bastò per far crollare miseramente Barick al tappeto. Gli aNobiani avevano le lacrime agli occhi, in fondo tutti avevano almeno un suo libro. Salvo sembrò pentirsi e crollò pure lui, dopo che Citati aveva solennemente decretato il vincitore. Era l’ora di agire. Feci cenno a Livia che lesta come una gatta saltò sull’astronave. Io le stavo dietro. Appena fummo dentro, Livia prese un finto remo e lo sbatacchiò in testa a Danny che cadde svenuto. Mi misi al pianoforte e cominciai a suonare, come il mitico Freddie, le prime note di We are the champions. Tutta la platea era in silenzio quando Livia fece scattare una leva e la nave si sollevò. Volammo via. Potevo vedere dall’alto il quadrato del ring e Camillerozzo che approvava. Solo a quel punto Salvo si accorse della truffa.
E allora, con le ultime forze che gli erano rimaste, si alzò e gridò con tutto il cuore:
- Sigurd! Sai di chi sei figlio tuuuuuuuuuu? Sei figlioooooo di una grandissimaaaaa puttaaaaaa ara pa ra paaaaa pa pa pa… ara pa ra paaaaaaa pa pa pa…

FINE

lunedì 20 luglio 2009

UN CONFRONTO

Cari miei visitatori, per questo spazio vorrei poter riflettere con voi su una analogia.

Leggete qua:

Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Ora, se non vi chiedo troppo, leggete anche qua:

Se una qualsiasi cavallerizza macilenta e tisica venisse incalzata senza tregua per mesi e mesi tutt’intorno al maneggio su un cavallo malfermo, di fronte a un pubblico instancabile, da uno spietato direttore armato di frusta, mentre lei continua a lanciare baci, sibilando sul cavallo e muovendo le anche, e se questo spettacolo si protraesse sino ad un’ora grigia di un avvenire che si annuncia interminabile, fra lo strepito incessante dell’orchestra e dei ventilatori, accompagnato dallo smorzarsi e dal riaccendersi dell’applauso, dello scrosciar di mani che in verità sono tanti magli a vapore…allora forse un giovane spettatore della galleria si slancerebbe giù rapido per la lunga scalinata, farebbe irruzione nella pista e urlerebbe – Basta! – tra le fanfare dell’orchestre sempre pronte ad adeguarsi alle esigenze dell’istante.
Siccome però le cose non vanno così; siccome una bella signora vestita di bianco e di rosso fa leggera il suo ingresso fra le tende che i superbi valletti le schiudono dinanzi; e il direttore , cercando devotamente i suoi occhi, le alita in viso come un cagnolino fedele; premuroso la solleva fin sul leardo bianco pomellato, come si trattasse della nipotina amatissima che sta per intraprendere un viaggio rischioso; non riesce a dar il segnale con la frusta; infine vincendosi, lo dà con uno schiocco; prende a correre a bocca aperta accanto al cavallo; segue i balzi della cavallerizza con occhio vigile; trova quasi inconcepibile la sua abilità tecnica; (…) ingiunge, furente, agli stallieri che reggono i cerchi di star ben attenti; prima del grande salto mortale, scongiura alzando le mani l’orchestra di tacere; alla fine solleva la piccola dal cavallo tremante, la bacia prima su una gota e poi sull’altra e ritiene inadeguata qualsiasi ovazione del pubblico; mentre lei stessa, da lui sorretta, sollevandosi sulla punta entro un alone di polvere, con le braccia distese e la testolina riversa all’indietro, vuol estendere la propria felicità all’intero circo…ebbene siccome le cose vanno così, ecco che lo spettatore della galleria appoggia il viso alla balconata e, perdendosi nella marcia come in un sogno doloroso, piange di un pianto inconsapevole.

La poesia è ‘un osso di seppia’, ma tanto diversa dalle altre del libro di Montale che quello che in questa poesia è quasi assente, nelle altre è sovrabbondante: l’elemento di natura. C’è l’astrattezza, l’irrealtà, il languore del sogno e dell’incubo. L’attacco è di foscoliana memoria, come tutti avrete sentito e ricordato.
L’altro è un breve racconto (riportato per intero) di Franz Kafka. Uno dei racconti più belli e, invero, più tristi del pianeta (chi l’ha detto, infatti, che la bellezza abbia come attributo esclusivo la felicità?).
Io ho sentito una somiglianza e una differenza tra i due. Sono due componimenti che si affacciano sull’orlo dell’abisso, del vuoto, facendolo splendidamente. Lettori non possiamo non provare una leggera vertigine, come un ‘anello che non tiene’, mentre vediamo (o meglio, intravediamo) l’inganno consueto, le case i colli gli alberi che si ricompongono per ‘il niente di nuovo sotto il sole’; mentre sentiamo l’irrealtà, l’atrocità dell’inganno circense – la cavallerizza che recita la parte di cavallerizza felice; il direttore che usa la sua frusta per mettere a tacere l’orchestra per il gran salto, o invitare gli stallieri a prestare attenzione alla dolce fanciulla. Il tutto è ovattato, tragicamente finto e a noi non resta che poggiare il viso sulla balaustra e piangere di quel tremendo pianto inconsapevole. Soli. Tra gli uomini che non si voltano (perché? per codardia? o per ignoranza?).
La differenza, forse sottile, forse inesistente, e che fa del racconto kafkiano, un racconto senza speranza a differenza di "Forse un mattino andando in un’aria di vetro", è l’incapacità di poter trovare una falla, un errore, il miracolo montaliano che porti comunque ad una redenzione, seppur minima, seppur inefficace. L’intollerabilità dell’essere come mai prima era stata evidenziata, Kafka l’ha portata alle estreme conseguenze.
Come direbbe Benjamin, Kafka pensa per ere. Ere intere l’uomo deve spostare nell’atto di imbiancare, nel atto di compiere anche il minimo gesto. E' di una terribilità infinita. Il suo pianto non è un pianto cosmico, è un pianto inconsolabile perché il mondo di Kafka è un mondo atroce e non solidale.
Montale ci dice il suo segreto, lo svelarsi dell’inganno, che non può condividere con gli uomini che non hanno visto; Kafka non ce lo dice, perché non lo ha visto nemmeno lui, e quel che è peggio, è che però continua a sentirlo, intimamente, intollerabile, infinito, colpevole.

domenica 12 luglio 2009

DISTURBI DI PERSONALITA'













E' da un po’ di giorni che Bruni cerca di introdurre il discorso dei disturbi di personalità ovunque. Si fa la spesa, e scappa lo Schizotipico. Si va in posta (c’è la fila, uh, che novità!) e si presenta il Paranoide. Si mangia a tavola, un sacco di melanzane urticanti il mio esofago spero non barrettiano, e si infila di soppiatto un Istrionico. Il Borderline spunta come i funghi tra uno sguardo in vetrina alle nuove scarpe estive e un Gratta&Vinci che dice: non hai vinto, però ti ho illuso parecchio e mi comprerai di nuovo. L’abuso infatti di Gratta&Vinci e di BDZ (benzodiazepine mi raccomando, non confonderle con le benzoTiazepine, che sono calcio-antagonisti e rischi di collassare. Su certe cose bisogna essere categorici) sono la regola in questi casi. E il Narcisista? (allo specchio) Cavoli, guarda che capello perfetto mi è venuto oggi. Avessi gli zigomi più alti, Dolce mi raccomanderebbe a Gabbana.
Ovviamente, un uomo steso sul divano la domenica sera, davanti alla tv e le partite di calcio e con in mano una Bud ghiacciata, ha l’Antisociale in agguato dietro di sé. Solo un fesso non se ne accorgerebbe.
Quando posso evito come la peste.
Ieri sera non si è parlato per niente di queste cose. Era una serata piacevole. C’era pure un leggero venticello in terrazza. Volevo rivedermi Citizen Kane. Quel famoso “giallo metafisico”, come disse Borges.
- Ma è magnifico, bella idea. Devo scoprire quale disturbo di personalità assillava il magnate.
Le ho detto che non tutti gli uomini sono assillati da disturbi di personalità. Che esistono anche i temperamenti.
Mi ha guardato con quel suo sguardo suo. Suo proprio eh! Fulminante. L’idea è traboccata. Deve essere stato in momenti così che Napoleone ha maturato e tirato fuori la marcia in Russia. E mi ha detto una cosa che evidentemente si preparava da giorni:
- Tu, ad esempio...
Mmm.
- Hai mai sentito parlare del Cluster C?
- Immagino sia il Cluster mio – le ho detto.
- Ovvio, a qualche cluster dobbiamo pur appartenere. Disturbo evitante di personalità. Ti calza a pennello.
Leggo:
un disturbo di personalità caratterizzato da uno schema di comportamento penetrante di inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza, estrema sensibilità a valutazioni negative nei propri confronti e la tendenza a evitare le interazioni sociali.
- Sai da cosa si capisce?
- No.
- Preferisci andare in grossi centri commerciali per provarti magliette e jeans. Soffri le commesse. E il loro giudizio. Sei chiaramente un APD, Avoidant Personality Disorder.

- Ma se c’ho pure il blog!
- Appunto. Legittima la mia tesi.
- Si capisce.

Da ieri dunque, come un fardello, mi porto questa diagnosi in corpo.
Dunque siate clementi. E non giudicate.

Ora sapete di cosa soffro.
E anche voi non sperate di sfuggire ai vecchi cluster, ci siete dentro fino al collo.

Parola di Bruni.

giovedì 2 luglio 2009

CIAO MIMMO

e poi una mattina non ti sei più svegliato,
io volevo dirti che mi avevi lasciato
sul viso una riga spietata,
che me l’avresti pagata
ancora una volta.
I capelli ce li siamo tirati davvero
ricordi?
e non cadevano soli.

Lo so, non è il mio dolore che conta,
rimestano la minestra i vivi che restano
e tu conosci l’adagio.
Però che cosa lasci
se solo una mano stretta che mi diceva
è un infarto?
mi rimane?

Questa è stata
l’ultima tua fragilità

prima di dirci ciao
con tre dita

non abbiam saputo più nulla
di quello che pensavi
persino la porta chiudevi
se parlavi col prete.
Ci ha detto che

attendevi l’imbarco
coi sospesi.

E ora non una scusa, fratello
non un biglietto messo sotto
gli occhi di tutti. Solo i cerotti
di morfina sono rimasti
appesi al chiodo. Erano
gli ultimi guantoni
con cui hai picchiato
la vita.