martedì 20 aprile 2010

Le braci - Sandor Marai

Ho letto, non senza curiosità, il libro di Sandor Marai, autore riscoperto negli ultimi anni e tenuto al bando nel proprio paese per un periodo più o meno simile a quello in cui il protagonista delle 'braci' cova il suo desiderio di vendetta.
La storia è quella di un amore diviso tra due fuochi amici. Si tenterà di risolverla in una sola notte sinistra in un castello alle falde dei Carpazi, in un' atmosfera che risente di una certa influenza gotica, cara ai romantici.
Io ne avrei fatto un racconto e non un romanzo; questo perché avrebbe potuto evitare alcune inutili lungaggini. E anche perché Marai si dimostra padrone dell'argomento, e la formula del racconto forse gli sarebbe stata più congeniale; ma Marai è morto e le braci non si possono più riscrivere o riaccendere.
Resta il fatto che lo stile di quest'autore procede con eleganza e con geometria, mantenendo la giusta dose di tensione. Vi dirò però che l'argomento non è tra i miei preferiti, anche se le possibilità offerte da questo tema sono numerose, tanto più se i protagonisti si dimostrano portatori di una 'tabe ereditaria'; la miglior cosa che uno possa fare è vedere come scansarli. Se ne rese conto anche Marai, che non amava molto il romanzo in vecchiaia, sentendolo 'eccessivamente romantico'.
A me però non è dispiaciuto.

C’è una poesia molto bella di Robert Browning. Non ricordo il titolo.
In questa poesia c’è un uomo vecchio, che sta morendo.
Negli ultimi istanti della sua vita si rivolge ad un pastore protestante che è venuto probabilmente a strappargli una confessione e redimergli l’anima. E' una situazione molto simile a quella delle ‘braci’, non è vero? Il pastore si avvicina al suo orecchio e gli sussurra se adesso che sta per morire vede “il mondo come una valle di lacrime”. L’uomo gli risponde: “Se vedo il mondo come una valle di lacrime? / No, signor reverendo, non io”.
Gli dice che quello che vede adesso non ha nulla di paragonabile a una valle di lacrime; quello che vede è un vicolo (la descrizione che fa è molto bella in quanto il vecchio si aiuta con le boccette dei medicinali che ha sul comodino affianco, per rendere meglio l’impatto visivo e ricostruire la scena, non senza una chiave simbolica), vede dunque un vicolo e in fondo a quel vicolo una casa dove da una terrazza una ragazza lo spiava. La poesia non ce lo dice ma ci immaginiamo possa essere una donna sposata. I due hanno incontri sempre più frequenti, lui arriva a quel cancello e lei sta lì ad aspettare. “I know, sir, it’improper” dice. Lui sa che è una cosa sconveniente, che non sta bene, ma sta morendo. La vita gli ha lasciato quell’immagine, quell’istante densissimo, e lui non può ricordarlo coi rimorsi. Non ha nessun rimpianto. Questo è un tema molto comune nella poesia di Browning. Ricordo infatti anche una poesia, che inizia con un omaggio a Shelley - il poeta chiede ad un altro se ha veramente visto faccia a faccia Shelley e si è fermato a conversare con lui (per noi quest’emozione potrebbe risultare strana, ma per farci un idea dovremmo pensare che per un poeta di fine ottocento incontrare Shelley e vederlo faccia a faccia e addirittura fermarsi a parlare con lui, era un po’ come per un napoletano negli anni novanta incontrare Maradona per le vie di Napoli e fare due palleggi insieme) - in questa poesia Browning dice di aver attraversato per giorni e giorni una brughiera, e di non ricordare altro, nonostante le strade, gli alberi, l’atmosfera, che una piuma d’aquila che ha poggiato sul petto.

Marai parte da un identico presupposto. Non importa che ci siano risposte, se ad alimentare la vita sono state le domande, quello che basta è morire ricordando tutto quello che era importante, anche se era sconveniente, anche se non era morale.

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